Settant’anni dopo Melissa

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Quest’anno ricorre un triste anniversario, uno tra i tanti a dire il vero. Sono trascorsi settant’anni esatti dalla Strage di Melissa, ovvero da quel lontano 29 ottobre 1949 che fece scoprire all’Italia ancora sfasciata del dopoguerra la violenza baronale. Una evento che non ha bisogno di riassunti e del quale ho già parlato, e che oggi come ieri giace abbandonato in un angolo di un vecchio cassetto.

A nessuno sembra importare questa data, pur essendo stata di rilevanza nazionale. Fu la scintilla che diede il via all’esproprio delle terre ed alla riforma agraria tanto attesa, nella quale morirono tre persone (e diversi animali) e ne furono ferite diverse decine.

A tal proposito, ho rispolverato per l’occasione un vecchio articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1976. Un’inchiesta sullo stato dell’arte dopo quegli eventi, nella quale è possibile leggere l’importante testimonianza di Francesco Pettinato, ex sindaco di Melissa che prese parte allo scontro in prima persona. E dove, sopratutto, si trae una prima amara considerazione su come andò a finire la lotta, cosa provocò, ed i suoi risultati concreti.

«”Melissa”. Ero nell’ufficio di Enzo Punturi, il giovane capo di gabinetto del sindaco di Crotone, Visconte Frontera (PSI), in attesa di parlargli; davanti alla sua scrivania sedeva una ragazza bruna, una studentessa di Salerno come mi disse in seguito, che certamente quando accaddero i fatti di Melissa, 29 ottobre del 1949, non era ancora nata.

Mi pareva di capire che se ne dovesse interessare; i più anziani ricordano certamente tutto, l’intero paese se en commosso, Melissa è storia: la marcia dei braccianti decisi a seminare le terre incolte dei baroni, il ministro Scelba e il suo pugno di ferro, i carabinieri che aprono il fuoco, i morti – tra i quali una donna donna incina di “una bambina che forse si sarebbe chiamata Carmela” – i feriti, e poi gli espropri, la riforma agraria, l’Opera Valorizzazione Sila (OVS), la distribuzione delle terre tra i contadini. Un capitolo fondamentale nella storia di questo dopoguerra: non si è smesso mai di citarlo in tutti questi anni, Melissa come Licata come tanti altri episodi sanguinosi, dandosi sempre per scontato che ognuno avrebbe capito subito di che si trattava.

Avevo colto il nome dalla loro conversazione: c’era qualcosa di nuovo, a proposito di Melissa? Per la verità, niente di nuovo: la studentessa salernitana era venuta a Crotone a cercare materiale e documentazione per una tesi di laurea sulle occupazioni delle terre in Calabria, e perciò aveva ricordato Melissa. E, naturalmente, aveva trovato molto? Fu a questo punto che Melissa e tutto un passato di lotte sanguinose, col suo carico di ispirazione, di valori, di riferimenti, parve perdere di colpo ogni significato: nulla, non aveva trovato quasi nulla.

Come, nulla? “Per Melissa ho trovato questo”, la studentessa mi mostrò la fotocopia di una celebre pagina di Leonida Repaci, estratta da non so quale collezione, “e questo”: era il libretto scritto da Pasquino Crupo e Visconte Frontera l’anno scorso, nel venticinquesimo anniversario dell’eccidio (“I fatti di Melissa”, ed. Calabria Oggi, Reggio Cal. via A. Spanò 24); “per le occupazioni di terre negli anni Venti”, aggiunse, “ancora meno”.

E poiché la guardavo stupito come se non riuscissi ad afferrare quel che voleva dire, intervenne Enzo Punturi: “È così, non si trova nulla negli archivi, bisogna rifarsi ai sopravvissuti e a quel che ancora riescono a ricordare. È come se qui ci mancasse la capacità di avere una coscienza storica dei fatti. Si rioccupano le terre, puntualmente, ogni tanti anni, quando quelli che hanno partecipato all’occupazione precedente non ci sono più o non ricordano. Non si impara nulla, si ripetono nei secoli sempre gli stessi gesti”.

Riforma fallita. In questa osservazione suppongo che vada cercata una chiave per “leggere” la campagna calabrese oggi, più enigmatica che mai, in un momento in cui il crollo delle finanze locali sta spingendo a decine i piccoli comuni soprattutto agricoli verso un baratro senza fondo. La riforma, la distribuzione delle terre dopo i fatti di Melissa del 1949, sono fallite esattamente come le altre numerose distribuzioni di terre dall’Ottocento in poi fino al fascismo.

La cosa è visibile: i turisti che si avviano a Capo Rizzuto possono contare una quantità di casette coloniche abbandonate lungo il litorale. Ma là i terreni sono coltivati: gli appezzamenti sono stati rilevati da quelli che sono rimasti, c’è la probabilità – circolano, si dice, tante scritture private – che prima o poi li possano cedere vantaggiosamente ai grandi imprenditori turistici.

Ma all’interno insieme con le case coloniche, costruite dall’OVS per una popolazione contadina che si presumeva evidentemente non dovesse uscire mai dallo stadio della pura sussistenza, sono abbandonate, e lasciate incolte esattamente come quelle dei baroni di trent’anni fa, anche le terre in proporzioni che vanno dal 50 all’80 e oltre per cento di quante furono assegnate dopo gli espropri del ’50.

Salgo a Melissa: dal litorale, all’uscita di Cirò Marina, vi conduce oggi un’agevole strada. Melissa è come sempre raccolta sul pendio di un monte, ai margini della strada procedono uomini in groppa a muli o somari carichi di fasci di un’erba lunga col fiore rosso in cima: servirà per alimentare le bestie. Ma da questo non si deve ricavare che il tempo si è fermato. Nonostante tutto molte cose sono cambiate. È arrivata l’istruzione, le scuole funzionano, le abitazioni nelle quali si riesce a gettare un occhio hanno un aspetto decente. Sono accolto dall’ex sindaco di Melissa, vecchio contadino e vecchio comunista, Francesco Pettinato, in una casetta pulita e ordinata: alle pareti quadri che catturano l’attenzione dipinti dal figlio, ora emigrato a Valenza, dove fa l’orafo. Pettinato ha una faccia color mogano nella quale sfavillano bianchissimi i denti. È uno dei pochi, una cinquantina, che ancora possono raccontare quel che accadde la mattina del 29 ottobre del 1949.

Melissa allora viveva cintata delle proprietà dei baroni, di Berlingieri particolarmente: “Una volta mio fratello allungò una mano a un grappolo d’uva e due mele: si buscò, era, credo, il 1946, 15 mila lire di multa, da scontare con giornate lavorative”. Quella mattina del 29 ottobre la popolazione si mise in marcia decisa a raggiungere, di là del monte Fragalà, 120 ettari incolti del barone, e a seminarli. I celerini guidati dal tenente Luciani furono accolti con applausi, ma il maresciallo dei carabinieri, Brezzi, aperse ugualmente il fuoco, seguito da altri. Prima a salve, ma con pallottole di legno, “ne estrassi io una dalla gola di un mio compagno, Pandullo Vincenzo, che ora vive a Milano”. Poi il piombo: i braccianti disarmati ed in fuga furono tutti colpiti alle spalle. Sedici feriti, due morti sul campo, Francesco Nigro e Giovanni Zito; una donna incinta, Angelina Mauro, spirò poco dopo all’ospedale.

“Per rabbia ammazzarono anche due somari, i nostri unici mezzi di lavoro: e uno apparteneva a mio suocero, De Francesco Antonio”. Ci fu un processo, poi “ma il giudice”, Pettinato sorride con comprensione come se ricordasse una lieta beffa, “concluse che alcuni braccianti avevano provocato i celerini. Ne fece i nomi, e nessuno di noi li aveva mai sentiti prima”. Di questo processo come di altri episodi non si trova traccia: “qui, negli archivi del comune”, dice Pettinato, “non c’è più nulla”.

Ma pensiamo ai vivi. 5000 ettari del barone Berlingieri, tra i quali Fragalà, furono espropriati e suddivisi tra gli assegnatari. C’erano anche boschi, “e la forestale intervenne subito per impedire che fossero tagliati”. In media, 2-3 ettari a testa: la maggior parte dei quali furono presto abbandonati. A Fragalà, dove nel 1949 con le bandiere rosse sventolarono tante illusioni, di 120 sono ancora coltivati meno di 40 ettari. L’erba selvatica copre insieme i campi ed i ricordi. “Dove fu l’errore?”, chiedo. “Certo, il bracciante non diventa contadino in un giorno. Poi erano terre scadenti, in collina. Mancavano le strade interpoderali. Insomma, il bracciante avendo messo mano sulla terra pensò di aver risolto tutto. Si trovò invece davanti a problemi che non aveva sospettato. Gli mancò l’assistenza: dobbiamo riconoscere che il Partito Comunista, che aveva portato a maturazione il movimento fino all’occupazione delle terre poi si afflosciò: si trovò privo di immaginazione e di quadri. Intervenne l’emigrazione: quando i primi emigrati dopo due o tre mesi riuscirono a mandare a casa le prime 500 mila lire quelli che erano rimasti e che non avevano mai visto 500 mila lire tutte insieme, il risultato di un anno di lavoro a raccolto completo, capirono il discorso e piantarono la zappa. Si aggiunge la DC: emigrate, insisteva. Ed è andata così”.

Melissa: era la bandiera del riscatto contadino. Il 15 giugno scorso c’è stato anche qui un capovolgimento della situazione. Dopo trent’anni di amministrazione di sinistra dissidenti del PCI sono riusciti a far eleggere sindaco un colonnello dei carabinieri in pensione. Si chiama Albo Fortunato, ed abita per lo più a Napoli, con la famiglia. Ci manca solo la musica di Kurt Weill.

“Dov’è stato l’errore?”, chiedo anche a Visconte Frontera, autore con Crupi del libretto citato sopra, e che va raccomandato perchè è l’unica raccolta di testimonianze sui fatti di Melissa. La sua tesi, nel libro, è che il Partito Comunista si lasciò anche lui sedurre dalla piccola proprietà contadina. “Ma si sarebbe potuto lanciare i braccianti nel movimento per la rivendicazione delle terre”, gli chiedo, “promettendo loro qualcosa di diverso dalla piccola proprietà?”. Francesco Pettinato, al quale ho posto un simile quesito, mi ha detto che i contadini scappano quando si propone loro la cooperativa: “vi intuiscono nascosta la solita fregatura dell’organizzazione”.

Testimonianze. Le terre abbandonate e di nuovo incolte insomma sono la versione per così dire rurale degli scaffali vuoti, degli archivi distrutti dalla muffa o dai topi e dall’apatia: la sinistra che si pretende per propria natura interprete e protagonista della storia qui sembra che non pensi, non conservi, non interpreti, che campi di testimonianze tramandate per via orale. Frontera e Crupi per il loro libretto sui fatti di Melissa non hanno trovato nulla, non solo negli archivi comunali e nei tribunali, ma neanche in quelli dei partiti, non hanno trovato neanche un manifesto di allora a parte i quadri di Treccani. La loro unica e fondamentale fonte di notizie oltre la viva voce dei sopravvissuti, è stata la raccolta di documenti messa insieme vent’anni fa da una studentessa che preparava una tesi di laurea. La tesi è stata poi pubblicata  su “Quaderni di geografia umana per la Sicilia e la Calabria” (III, 1958, pg. 61) col titolo: “Inchiesta economica su Melissa”. L’autrice diventata in seguito insegnante si chiama Maria Stella Mercurio Amoruso. E a lei, dopo vent’anni, è stata rinviata l’altro giorno la studentessa di Salerno che ho incontrato nel comune di Crotone, impegnata a sua volta in una tesi di laurea. Non ci pensassero ogni tanto le studentesse, un inesplicabile silenzio avvolgerebbe le terre abbandonate e incolte di questa regione.»

Oggi si rimane amareggiati per lo scarso interesse che riserviamo alla nostra storia. Ma a quanto pare, si tratta di un’abitudine ben radicata. Povera, dunque, quella studentessa che giunse da Salerno nel tentativo di trovare qualche informazione utile alla sua tesi: chissà come c’è rimasta, dopo tutte quelle ore di viaggio…