A nìva vecchia: perché si chiama così?

Il piccolo slargo nel centro storico

Il centro storico di Crotone racchiude tanti piccoli segreti. Uno dei più noti è un piccolo slargo, all’incrocio tra Via Lucifero e Via Menandro (qui), una piazzetta dal nome decisamente inusuale: à nìva vecchia.

Le viuzze del nostro centro storico (le rùe o rùje, oggi strìtti) hanno infatti dei nomi sostanzialmente prevedibili. Molte strade prendono il nome da antichi personaggi della Grecia Classica e della Magna Grecia (Menandro, Democide, Enea ecc.), altre invece hanno preso il cognome delle famiglie nobili (Gallucci, Peluso, Soda ecc.), e solo alcune portano i nomi dei personaggi dell’Unità d’Italia (Garibaldi, Cavour) o meno noti (come Ducarne). Per questo motivo, un nome ufficiale in dialetto risulta decisamente inusuale.

Ma seppur in dialetto, è un nome che non lascia spazio alla fantasia. Nìva vecchia, ossia “neve vecchia”: sin dalla metà del ‘700, in questa piazza venivano commerciati ghiaccio e neve provenienti dalla Sila. Non esistevano ancora i frigoriferi, e le tecniche di refrigerazione alimentare non erano ancora molto evolute, ma si erano già diffuse tra la popolazione. La città, ancora racchiusa tra le mura aragonesi, vedeva le sue piazzette ben divise in base ai generi che vi si potevano comperare: c’era à peschiria dove comprare il pesce, à dhjazza lòrda dove comprare la carne, e à nìva vecchia dove comprare il ghiaccio.

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La Cùccia di Santa Lucia

Come una volta…

Santa Lucia ccù l’occhi pizzuti, fammi trovàri nà cosa pìrduti“. Era questa la vecchia “preghiera” recitata dagli anziani il 13 Dicembre, in ricorrenza di Santa Lucia, una festività molto sentita in tutto il meridione, specialmente in Calabria ed in Sicilia, vista anche la provenienza della santa.

Al 13 Dicembre sono legate diverse tradizioni molto antiche, alcune più vive di altre. Ad esempio, a livello nazionale si ritiene che sia il giorno più corto dell’anno, anche se non è proprio così, mentre in alcuni paesi europei ci si scambia dei regali come se fosse Natale. Ma è in Italia, e sopratutto nel meridione, che si sono conservate le tradizioni più antiche, antecenti alla cristianizzazione della festa.

La tradizione che ci è arrivata praticamente intatta è quelli dei fuochi. Alcuni giornali locali hanno erroneamento riportato di questa usanza come “tipica crotonese”, ma non è affatto così: i fuochi di Santa Lucia vengono celebrati ogni anno in Sicilia (la vàmpa), in Calabria (i fòchi) ed in Puglia (i falò), oltre che in alcuni paesi Campani e Lucani. Stando alla tradizione religiosa, questi servirebbero per illuminare ed indicare la strada alla Santa, in modo che, pur privata della vista, possa “passare” da una determinata località per benedirla.

Ma c’è una tradizione ben più antica dei fuochi, che purtroppo è andata quasi completamente perduta, e resiste solo in alcune zone della Sicilia. A Santa Lucia infatti è dedicato un piatto tipico, un “dolce” da mangiare esclusivamente per onorarla, da preparare solo in quella data. Un retaggio del periodo classico, che troverebbe radici nei misteri eleusini e che sarabbe giunto a noi grazie alla colonizzazione greca. Sto parlando della cùccia.

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Gerusalemme non è la capitale di Israele.

Foto via iTravelJerusalem.com

E non è la capitale di nessuno stato. Non appartiene ai filistei, non appartiene ai giudei, non appartiene ai cananei: Gerusalemme, come città santa riconosciuta dalle tre grandi religioni monoteistiche, dovrebbe essere intesa come una sorta di “entità sovrastatale”. Inglobare questa città in Israele o in Palestina è folle, oltre che sbagliato.

Non si tratta di una questione storica o religiosa, ma di un dato di fatto: la netta divisione imposta alla città rappresenta bene la cicatrice di un conflitto mai terminato, che va avanti da quasi tre millenni. Non si può pensare di risolvere le cose semplicemente leggittimando una parte in causa. Si finirebbe per creare – ovviamente – nuove tensioni, nuovi scontri. Nuove guerre. Altro sangue per le vie della città “santa”.

Non possono prevalere le ragioni storiche, a Gerusalemme, perché ogni popolo del mediterraneo ha un suo pezzo di storia li. Ed ovviamente non si possono far valere le ragioni religiose: dovremmo davvero credere a chi parla di “terra promessa”? Il fanatismo religioso, negli ultimi millenni, non ha fatto altro che portare sangue e vittime, anziché unire i popoli: e questa decisione di Trump rischia di avallare e legittimare il fanatismo religioso di una delle due parti in causa.

Gerusalemme non è, e non può essere, la capitale di nessuno stato al mondo.