Dollars are God’s plan

L’avrete sentita sicuramente, God’s Plan di Drake, la nuova canzone simbolo dell’hip-hop e del trap made in USA. Una canzone che in appena 2 giorni ha scalato praticamente tutte le classifiche mondiali, diventando la prima tendenza su tutti i servizi di musica in streaming ed anche su Youtube, per via del suo particolare video.

E proprio del video, volevo parlare. Inizia in modo emblematico, con una scritta bianca su campo nero: “Il budget per questo video era di 996.631,90$. Abbiamo dato tutto via. Non ditelo all’etichetta [casa discografica]”. In soldoni (è il caso di dirlo) Drake, anziché spendere quasi un milione di dollari per un video, ha dato un milione di dollari in beneficenza. Ha letteralmente consegnato mazzette di denaro a decine di persone per le strade di Miami, ed ha effettuato numerosi versamenti a scuole, università, ospedali, vigili del fuoco ed altro.

Probabilmente – anzi, sicuramente – è la prima volta nella storia del rap USA. Tutte le storie degli homies che tornavano in da hood non si avvicinavano minimamente a quanto fatto da Drake. I soldi, in genere, se li tenevano gli OG, e se li spendevano per grosse ville, macchinoni e sfarzose feste.

Tuttavia, c’è un non so che di amaro nel video di Drake. Ci mostra una società che si stupisce di fronte ad una mazzetta. Una società sicuramente trasandata, malandata, in difficoltà, che ovviamente accetta di buon grado il benfrenk. E, d’altra parte, è innegabile che si tratti di un’operazione d’immagine: nulla da togliere al bel gesto del cantante (sopratutto in periodo in cui il mondo del genere musicale si basa su cose come Rockstar o No Man Hot), che però pare “fatto apposta” per dare visibilità alla sua generosità.

In fondo, sono americanate. E aldilà del testo insipido ed insignificante della canzone e del bel ritmo (ed anche dei bei balletti e dei bei passi), quello che resta è il concetto di base, trito e ritrito, del Dio Denaro. Di una massa di ricchi che si compra i più poveri a suon di verdoni, e di una massa di poveri che cerca eternamente di farsi comprare dal più ricco.

Drake ha fatto una buona azione. Un milione di dollari non sono pochi, anzi. Ma com’è che si dice: niente è per niente.

“Voglio essere come Weah”

L’avrete sicuramente sentito: George Weah è stato eletto presidente della Liberia. Una notizia che è stata particolarmente ripresa in Italia per via del passato calcistico del neopresidente del piccolo stato centro-occidentale dell’Africa, e che nel suo piccolo ha influenzato il dibattito pubblico anche nel crotonese. Parlando con un mio amico, questo mi ha sorpreso con un’affermazione piuttosto curiosa:

Io me ne sto qua e perdo tempo. Invece devo muovermi, devo fare come Weah. Devo spostarmi, fare i soldi, un sacco di soldi, e poi tornare qui per investirli nella mia terra. È questo quello che voglio fare, voglio essere come Weah.

L’idea è quella di uno-che-ci-riesce, che raggiunge un obiettivo, che dopo aver pensato a sistemarsi pensa a sistemare gli altri. Eterno, nel dibattito pubblico, il tema del “fare i soldi“, un mantra che – probabilmente – ci portiamo dietro da quando esiste il denaro. E poi, ovviamente, la mitizzazione del soggetto che in qualche modo riversa la sua ricchezza (anche solo idealmente) sui meno fortunati.

La particolarità del tutto sta proprio nel soggetto: è raro sentire un crotonese che elogia un nero. Di solito è il contrario. Weah è stato, a suo tempo, quel tipo di nero che si guardava con sospetto, che non piaceva, che infastidiva, che “non centrava nulla con una squadra italiana”. Eppure, con la sua elezione, ha ottenuto un piccolo, minimo e stravagante complimento.

Cosa non fà, il successo.

L’epopea di un teatro

L’interno del teatro (foto de Il Crotonese)

Sono passati 4500 giorni, poco più di 12 anni, dalla pubblicazione del famoso bando di gara per il teatro comunale di Crotone. Era il lontano Agosto 2005 quando venne confermata la decisione di convertire l’ex Ospedale Civile nel primo vero teatro cittadino, dedicato – a seguito di un sondaggio pubblico avvenuto nel 2015 – all’attore Warner Bentivegna. Decisione presa nel 2000, e presentata per la prima volta nel 2001.

Parliamo probabilmente del più eclatante e noto caso di incompiuta locale, dato che consiste nel recupero di una struttura già esistente. Un caso esemplare, in pieno centro cittadino, dei tempi biblici necessari alla “cosa pubblica” per riappropriarsi di un bene e metterlo a disposizione della popolazione. Almeno in certe realtà.

Doveva essere ultimato nel 2007, nel 2008, nel 2010, nel 2012, ed infine entro il 2015. Ma di volta in volta, a causa della mancanza di fondi e di qualche non meglio specificato “problema interno”, si è dovuto posticipare. Pochi giorni fa è stato annunciato un ulteriore stanziamento per il completamento dei lavori, ed Ugo Pugliese é così il terzo sindaco ad aver annunciato la sua apertura, dopo Peppino Vallone (che l’ha annunciata più volte) e Pasquale Senatore. Ma a questo punto, quello che molti si chiedono è: quanto diamine c’è costato questo teatro?

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