Calabria: dal tacco alla punta

Così era diviso l’estremo sud

Gli antichi romani, quando facevano un viaggio verso la Calabria, si spostavano nell’odierna Puglia. Può sembrare una presa in giro. Eppure, fino al tardo periodo Bizantino, l’attuale Calabria non si chiamava ancora così. Per anni abbiamo letto di fantasiose ricostruzioni sul nome della nostra regione, senza mai però specificare il fatto che si tratta di un nome acquisito.

Nel suo Naturalis Historia, Plinio il Vecchio si riferiva alla regione con il nome di Italia, per via del fatto che i popoli che vi abitavano venivano chiamati Itali (Italòs, o Italòi), descritti all’epoca come discendenti degli Enotri. Oggi sappiamo che questa antichissima popolazione non era ellenica, bensì osca, tant’è che il termine stesso, Italòs, discenderebbe dalla parola osco-umbra uitlu, cioè uitellus, oggi vitello.

Il nome Italia venne successivamente associato all’indicazione di Magna Graecia, e la cosa durò fino all’arrivo dei Romani: a partire dal III secolo a.C. iniziarono a conquistare, una dopo l’altra, tutte le colonie esistenti, prendendo il controllo della regione sul finire del II secolo a.C., cambiando ovviamente nomi e riferimenti ad ogni cosa. La regione continuò a chiamarsi Italia fino al I secolo d.C., precisamente fino all’anno 7 d.C., quando l’imperatore Augusto definì per la prima volta le Regioni, 11 macro aree che definivano i territori di Roma.

A questo punto, è lecito domandarsi: ma perché Augusto chiamò l’attuale Puglia con il nome di Calabria?

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Assurdità NoTap

E chi se ne frega del gas…

In questi giorni sta montando la protesta dei NoTap, ossia di coloro che si battono per impedire la costruzione dell’ultimo tratto di questo controverso gasdotto, che collega il bel paese direttamente con l’Azerbaigian. Un’opera che a dire il vero ha trovato qualche contestazione anche in altri paesi, specialmente in Grecia, avallata da un po’ tutti i partiti politici estremisti e populisti. Un’ondata di protesta cavalcata un po’ da tutti, insomma.

Alla base di questa protesta, in realtà, non si capisce bene cosa ci sia. Potremmo dire che ci sono le classiche motivazioni-da-grande-opera, con tutti i timori del caso. C’è chi parla di danno ambientale, di mancata democrazia, di capitalismo, di multinazionali, di gasdotti, petrolio, trivellazioni… un mix curioso e affascinante, ma mai come in questo caso senza quasi alcun fondamento, se non un mero campanilismo.

La presunta “tutela dell’ambiente”, come ho già detto più volte, non passa solo ed esclusivamente dal bloccare le grandi opere, cattive per antonomasia. Chi sostiene che i gasdotti non servano o che i consumi di gas stiano andando diminuendo, semplicemente mente (volente o nolente). Chi parla di rinnovabili, probabilmente, non conosce la differenza tra elettricità e gas, mentre chi parla di biogas dovrebbe prima farsi qualche conto realistico, e non campato in aria (quanto se ne produce, quanto ne consumiamo, quanto ne importiamo e così via). C’è chi parla degli allacci a Brindisi: scelta condivisibilissima, se non fosse per il fatto che anche i comitati locali di Brindisi si sono opposti alla realizzazione del gasdotto nei loro territori, anni fa. Insomma, tutti si guardano gli ulivi nel proprio cortile.

Ma la parte più interessante è sicuramente quella legata agli interessi economici. C’è chi lo chiama “gasdotto del sangue”, perché l’Azerbaigian è un postaccio, perché le tangenti, le corruzioni, gli intrecci politici. Una serie di affermazioni che riguardano tutte le grandi opere in tutti i paesi del mondo. E che hanno riguardato anche l’Italia, in passato, spesso anche più di altri paesi Europei. E’ vero, ci sono interessi economici e strategici dietro: possiamo ancora dipendere esclusivamente da un unico gigantesco gasdotto, in tutta Europa? Possiamo sottostare alle minacce di un unico paese, che è in grado (letteralmente) di attaccarci alla canna del gas?

Le opportunità si sfruttano, perché ogni lasciata è persa. Questa non deve essere una scusa per “mangiare di tutto pur di ingurgitarsi”, ma deve essere una condizione per scegliersi meglio il proprio cibo, e non relegarsi sempre e comunque a qualche porcheria. Quando i manifestanti dicono che il gasdotto è antidemocratico, dicono il vero: quando un migliaio di manifestanti bloccano un’opera che dovrebbe servire fino a sette milioni di utenze, questo è propriamente un comportamento antidemocratico. Potremmo chiamarli “nimby”, come si sul dire in rete, e probabilmente è proprio così.

A Meledugno, paesino sperduto che la gran maggioranza di noi non conosceva prima di oggi, non si vuole di certo togliere la sua incredibile “vocazione turistica” o “fama locale”. Non si sta realizzando alcuno “scempio ambientale”, tant’è che gli ulivi verranno ripiantati al loro posto, ultimati i lavori. E’ una semplice conduttura sotterranea, come ne esistono tante sotto ogni città e paese, compreso lo stesso Meledugno e località annesse. A patto che non vivano a lume di candele e fosse biologiche. E’ giusto preoccuparsi per la terra, ancor di più se per la propria terra, ma la cosa ha senso solo quando ci si preoccupa di pericoli reali.

Quando la lotta per la difesa dei diritti si trasforma in una lotta per la difesa dei campanilismi, ci perdiamo tutti.

L’eco di un dramma

In queste ore successive alla tragedia ferroviaria in Puglia i media si stanno sbizzarrendo. Come al solito, verrebbe da dire. Sin da poche ore dopo lo scontro, telecamere di ogni emittente hanno presidiato il luogo dell’impatto, e poi l’ospedale da campo, e oggi l’ospedale civile di Bari per il riconoscimento delle salme da parte dei familiari. E mentre tutto è ancora in corso, gli schermi si riempiono di scene terribili, del dramma di chi ha perso qualcuno, di lacrime, pianti e testimonianze strazianti. Scene tristi, che riempiono il cuore di rabbia ma che non apportano nulla al discorso. Scene di vita personale, rubate ai rispettivi proprietari da sciacalli da “diretta” e “speciali” senza alcun contenuto.

E  come al solito, si ripropone il solito schema inquisitorio: prima la compassione, poi la rabbia. Ma rabbia verso chi, verso cosa? Già si additano i grandi mali eterni: l’arretratezza del Sud, i fondi mai spesi, i cantieri mai avviati, i lunghi tempi della burocrazia. Ma escono fuori, timidamente, anche nuove accuse: alla ferrovia a binario unico, alle comunicazioni “all’antica”, alle reti ferroviarie private. Ignorando quasi completamente l’unico vero fattore scatenante di tutto: l’errore umano.

Probabilmente, l’unica vera causa di questo dramma.

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