Il PD Crotonese proprio non ce la fa

Un bello slogan per il 2×1000…

Lo slogan usato dal Partito Democratico Nazionale per la raccolta fondi tramite il 2×1000 fa fede alle idee di rottamazione che hanno riconsacrato Matteo Renzi alla guida del più grande partito di centrosinistra del bel paese. Lo leggiamo ovunque, anche sul sito del PD Calabrese: “Quanto costa cambiare le cose? Meno che lasciarle così“.

Una bella frase, che però poco rappresenta la realtà delle cose. Specialmente in Calabria, dove il Partito Democratico soffre di una cronica e perdurante atarassia, cristallizzato in vecchie logiche, vecchi modus operandi (ricordate il caso Melillo?) e, sopratutto, vecchie personalità. Se alla base dell’idea del PD c’era proprio il distacco più totale dai vecchi approci dei partiti di sinistra (chiusi, inaccessibili, gestiti in maniera verticistica da una stretta cerchia di fedelissimi), purtroppo c’è da confermare il fatto che in Calabria – ma non solo – i cambiamenti arrivano sempre in ritardo. E spesso li si ignora ben volentieri.

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L’altra scissione

I FutureDem

Vecchi e nuovi rancori hanno accompagnato, anche quest’anno, la celebrazione del 25 Aprile. Le storiche fratture con l’ANPI e con la Brigata Ebraica si sono ufficialmente concretizzate, per la prima volta nella storia, in una serie di eventi diversi, separati, tenutisi tutti il giorno della Liberazione. Per anni si è parlato del fatto che il 25 Aprile non dovesse essere un monopolio della sinistra, eppure adesso che questo monopolio sembra essersi pesantemente incrinato la cosa ha scontentato i più.

A pesare molto in tutto ciò è il retaggio storico che abbiamo riguardo alla Sinistra ed ai Partigiani. In un certo senso consideriamo le due cose come una sola, e diamo per scontato, ancora oggi, che la prima appartenga alla seconda e viceversa. Oggi, invece, anche per via dei recenti conflitti tra PD ed ANPI in merito al referendum costituzionale, l’associazione è venuta meno: si rimarca sempre più una netta divisione tra la sinistra storica e quella progressista.

Questo passaggio è già avvenuto in praticamente tutti i grandi paesi europei, dove troviamo quasi sempre una sinistra storica fatta di partiti estremisti, Comunisti e radicali, ed una sinistra recente, nata da quegli ambienti ma con atteggiamenti diversi. Li chiamiamo socialisti, in passato progressisti, in questi giorni sono tornati gli appellativi in Francese.

In Italia questa divisione non c’è mai stata, almeno fino ad oggi. Fùmmo il paese con il Partito Comunista più grande dell’Europa occidentale, onnipresente fino alle recenti formazioni di centro-sinistra. Non abbiamo ancora assimilato il fatto che oltre alla sinistra tradizionale, richiamata spesso come “sinistra vera”, esistano poi tutte le altre facce di quello che è l’intricato mondo delle socialdemocrazie. Insomma, si può essere di Sinistra anche senza adorare la falce e il martello, perché non solo dal Comunismo vennero le basi della Sinistra.

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Fuoco “amico”

Non c’è pace per Rosanna Barbieri: dopo il botta e risposta in merito alla riconferma di Rocco Gaetani come presidente di AKREA, adesso è una parte del suo stesso partito ad andarle contro. Ben 10 figure “di spicco” della politica locale, infatti, hanno redatto e pubblicato un acido resoconto, dove tornano ad accusare la candidata a sindaco di ogni male possibile immaginabile, uno su tutti la sconfitta elettorale. Cercano, ovviamente, di minimizzare le voci riguardo il tradimento da parte di un gran numero degli esponenti del PD locale, che al turno di ballottaggio avrebbero votato per Ugo Pugliese, in cambio di “chissà quali” accordi.

Il comunicato, in se e per se, è uno scarsissimo tentativo di screditare la candidata, e probabilmente è una lampante rappresentazione (per chi non li conoscesse) di chi lo ha redatto: Mario Galea, Roberto Lumare, Giuseppe Stasi, Pino Calabretta, Giancarlo Sitra, Pino Napoli, Gaetano Grillo, Salvatore Di Lascio, Lino Fazio e Piero Adolfini. Gente che di politica ne parla quotidianamente da decenni, quasi esclusivamente figure marginali ma onnipresenti, che si rendono conto, dopo le ferie estive e numerosi candidati, che la Barbieri “non era un valore aggiunto”.

Il tentativo è quello più classico: cercano di avallare la loro tesi con dei dati reali, che però non spiegano un bel nulla. Parlano addirittura di “flussi elettorali”, questi sconosciuti alle nostre latitudini, nel tentativo di dare valore e autorevolezza a quanto dicono. In realtà si giustificano, e cercano di forzare la mano su un solo concetto: la Barbieri non ha perso perché noi l’abbiamo tradita, ma perché non aveva “appeal”. Un ulteriore salto in basso in quella che è stata la pessima tornata elettorale del 2016.

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