È questo, il crotonese medio?

Una “penna anonima” del centro storico

Secondo la leggenda, l’antica Kroton era un posto molto ospitale: vi trovavano salvezza i “richiedenti asilo” dell’antichità (uno su tutti Pitagora, che scappava dalla tirannide di Silosonte), gli esuli della Grecia continentale (contadini, allevatori, artigiani e innumerevole gente comune), i coloni che scappavano a causa di numerose guerre fratricide (un po’ come quella che portò gli Achei sulle nostre coste), gli schiavi che cercavano una rivalsa scappando dai propri padroni (e non sempre la trovavano), e innumerevoli viaggiatori e mercanti che, giunti lungo tutta la Magna Grecia, decidevano di stabilirvisi.

Da quei tempi sono passati secoli. Millenni. E le cose, oggi, sono diametralmente opposte. Concetti come “accogliezza”, “sostegno”, o più semplicemente “aiuto” sono stati totalizzati, ed anche a Crotone si accusa una forte (fortissima) demagogia quando si affronta l’argomento dell’immigrazione. Sfatiamo un mito: la Calabria è una terra di immigrati, prima che di migranti, provenienti da tutto il bacino mediterraneo. È uno dei vanti, in fondo, della nostra Regione, oggi volgarmente disconosciuto.

In queste ore, la triste vicenda della nave Acquarius ha riacceso gli animi del popolino. Il Sindaco Ugo Pugliese, aldilà del suo ruolo politico, ha dimostrato una grande umanità nel mettere a disposizione anche il porto di Crotone per l’accoglienza delle 629 persone. Un gesto di umanità che va ben oltre la politica, un gesto giusto, umano, corretto. Ma la sua dichiarazione ha sguinzagliato quella parte più misera, ignorante e “casinara” della popolazione, che con lunghi post, appelli e addirittura brevi video ha deciso di urlare contro alla scelta del primo cittadino. Che Crotone c’ha altro a cui pensare.

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Saper stare in silenzio

Non c’è molto da commentare sulla terribile esplosione che ha spazzato via, oltre che un intero appartamento a Lampanaro, parte di una numerosa famiglia. È successo, e le immagini sono abbastanza eloquenti per capire la violenza dell’esplosione, ed il dramma sociale che comporterà da qui a qualche tempo.

In questi momenti non c’è molto da dire. Ci sarebbe da fare, per quel che si può: ed una delle cose da fare sarebbe un rispettoso silenzio. Se non altro per il fatto che a Crotone è partito il solito ciù-ciù sulle “cause” dell’esplosione, con annessi misteri, complotti, mezze verità e quant’altro. Gossip. Pettegolezzi. Pure sui morti.

La città è dunque divisa in due frange: quella che ritiene plausibile la fuga di gas e quella che parla di bombe, esplosivi, e quant’altro. Quella della fatalità e quella dell’errore per malafede. Ed il dibattito pubblico è tristemente infarcito di affermazioni fuori luogo, sin da pochi minuti dopo l’esplosione.

Ci sono stati due morti, in città. Eppure, il cittadino è intento ad una gara di “avevo ragione io”, o “tel’avevo detto”, per determinare la causa dell’esplosione. Una miseria umana che si riflette anche sui social, con patetici appelli mossi dalla ricerca di consensi (nella vana speranza di riceverli realmente, oltre che virtualmente) o dalla classica facciata di finta benevolenza.

Tanto rumore, quando si dovrebbe solo saper stare in silenzio.

“Devi avere uno scopo”

Nel parlare con dei nuovi amici, è venuto fuori il discorso del post sulla bretella di bevilacqua, che ha generato non poche critiche online (a distanza di un anno dalla pubblicazione, ma si sa che le cose bruciano solo al momento opportuno), tanto da richiedere l’intervento del diretto interessato. I commenti sui social hanno dato modo a diverse galline da tastiera di dimostrare la propria sciatteria, e sopratutto di dimostrare, ancora una volta, di come si viva il rapporto con l’opinione – e non l’informazione – in questa città.

A parte le ridicole quanto inconsistenti minacce di querela, quello che in molti hanno cercato di spiegarmi pacatamente è: ad un occhio “esterno”, o comunque “di parte”, quando parli di “indagini” o “scandali” viene preso come un attacco personale. Condivisibile fino ad un certo punto: a me non darebbe fastidio se qualcuno, parlando di me, ricordasse i miei trascorsi con la giustizia. È storia. Acqua passata. Ma evidentemente, siamo tutti diversi, a questo mondo.

Ma torniamo al punto. Nel parlare con questi miei nuovi amici, mi è stato dato il classico consiglio che si da a quelle persone che si occupano di “cose pubbliche”.

Quando parli di queste cose però, cerca di dargli un senso, un’utilità. Dagli uno scopo. Altrimenti sono parole buttate li e basta.

Come per dire, evita di “attaccare” qualcuno se non vuoi delle rotture di scatole. O comunque, evita di tirare in ballo discorsi improduttivi, fini a se stessi.

Un consiglio prezioso, che tuttavia non può andarmi a genio: se la trasparenza è alla base di un sapere condiviso, che ben venga ogni dettagli, con annesse rettifiche e smentite. Tutti sbagliamo, e tutti dovremmo essere in grado di dimostrarlo.

L’unico scopo, qui in mezzo, è essere indipendente da tutto e tutti. E per ora, ci si sta riuscendo decisamente bene.