Occidentali con calma

L’altro giorno in macchina ho sentito per la prima volta Occidentali’s Karma, la canzone di Francesco Gabbani che ha vinto il festival di Sanremo 2017. Sapevo che aveva vinto, e sapevo che c’era di mezzo una scimmia che ballava, ma non l’avevo ancora ascoltata. E’ una canzone carina, ma sopratutto è orecchiabile, fattore che da sempre fa la differenza.

La canzone è stata definita come provocatoria, ribelle, controcorrente e chi più ne ha più ne metta. E devo dirlo, è così: rispetto alle classiche canzoni da Sanremo, questa volta si toccano una serie di punti che sono diventati quotidianità oltre che realtà. Ma solo se si prende a paragone Sanremo: per il resto, si tratta di un testo che ripete argomenti noti e stranoti, che potevano essere ignorati solo dal pubblico del festival della canzone.

Il bello di “noi occidentali” è che alle cose ci arriviamo con calma, salvo poi accorgerci, all’ultimo momento, di come certe cose siano potute cambiare radicalmente. Gli argomenti trattati nella canzone (pochissimi, dato che è più ritornello che il resto) sono quei classici discorsi ai quali si può solo annuire e ripetere “è vero”. Cose che in fondo sappiamo già, ma che formano quel compromesso borderline di cui tutti facciamo parte, e di quel contratto sociale che tutti abbiamo sottoscritto.

Esistono fiumi di film, musica e testi sull’imbarbarimento di una vita ridotta alla propria abitazione, sulle convenzioni sociali, sulla snaturalizzazione del corpo femminile tramite cosmetici o profumi, sui finti intellettuali e sulla tuttologia. Non c’è nulla di nuovo o rivoluzionario in ciò. Tant’é vero che la satira di certi usi e costumi nasce proprio dalla loro “standardizzazione”: nessuno prendeva in giro “i risvoltini” (per dirne una) finché non si sono diffusi a macchia d’olio. Finché da un giorno all’altro non sono diventati realtà, quotidianità.

All’artista va dato atto di aver fatto una bella canzone, e di aver portato a Sanremo un po’ di argomenti particolari, per quel che può valere. Ma comunque, l’ha fatto. Ci è riuscito. Nel 2017.

Un sample ricercato

Oggi ci occupiamo di svelare un sample che pare essere un’incognita, nonostante sia ripreso da numerose canzoni, anche in Italia. Magari non molti conoscono i CunninLynguists, il trio formato da Deacon the Villain, Dj Kno e Natti che si caratterizza non solo per i sound particolari, ma sopratutto per i testi. Attivi dai primi del 2000, hanno sfornato diversi album molto famosi (come Will Rap For Food), ed il lavoro di Dj Kno si è caratterizzato per la creazione di diversi strumentali molto ripresi nella scena USA. Uno di questi, famosissimo, è quello della canzone Still With Me, del quale esiste anche diversi remix ufficiali (tipo questo o questo), e diverse cessioni ad altri artisti: a portare alla ribalta lo strumentale fù proprio il pezzo di Jermiside, grazie all’album Middle Classics che vendette molto anche in Europa.

Diversi artisti Europei quindi c’hanno fatto una canzone sopra. Ma sono sicuro che la maggior parte degli Italiani conoscerà il pezzo di Mezzosangue, Never Mind, che ne ha decretato anche un discreto successo. Tutti concordi sul fatto che la versione Italiana meriti tantissimo, ma la domanda resta la stessa: da dove viene il sample? Che canzone era?

Sveliamo l’arcano: lo strumentale si rifà ad una bella canzone del 1973, Just You, Just Me, dei The Counts. Ma non si rifà solo musicalmente, ma anche nel testo: oltre al sample, anche l’hook viene mantenuto, così come la sonorità del sassofono. Ed anche la tematica, l’amore, i rapporti difficili, rimane. Non si tratta di un gruppetto sconosciuto, dato che i The Counts sono in attività tutt’oggi, dal 1953. Un patrimonio di centinaia di canzoni, che svariano dall’R’n’B al Soul, dal Funky al Groove: insomma, un vero campionario per chi produce strumentali. Basta ascoltare qualche altra loro canzone per rendersi conto di averla già sentita in qualche Rap più recente.

Certe volte, la vera difficoltà sta nel conoscere l’incredibile mole di musica prodotta negli anni passati. E’ veramente dura: se siete mai stati ad un mercatino di vinili o di dischi, avrete notato che quantità di gruppi e cantanti mai sentiti prima. Ognuno con pezzi, testi e musiche originali, o già “samplate” all’epoca, fino ad arrivare ai giorni nostri. Intanto, sapete chi ha fatto questo strumentale tanto famoso 🙂

Il prezzo del progresso

Sul Crotonese di ieri (7 Maggio) è presente un articolo di Sara Scarfò dal titolo “Pirateria e crisi economica hanno azzerato la musica“. Sostanzialmente, nel pezzo viene detto che la pirateria è una sorta di derivato della crisi, dato che in un momento di ristrettezza economica si preferisce scaricare gratuitamente un disco piuttosto che comprarlo. Il concetto è logico, e viene spiegato molto bene e semplicemente.

Tuttavia, l’articolo non tiene conto di un fattore fondamentale: la pirateria è forse l’ultimo dei problemi, sopratutto se rapportato al calo delle vendite dei supporti fisici. Sono ormai decine gli studi che indicano che la pirateria non ha minimamente intaccato l’industria musicale, che continua a fatturare miliardi ogni anno, e che arricchisce notevolmente i famosi di turno.

Dare la colpa alla pirateria è facile. Bisognerebbe invece puntare il dito contro i più noti e utilizzati servizi di musica in streaming, spesso gratuiti da usare e con tutte le nuove uscite. Se bisogna trovare un colpevole della morte del supporto fisico, dobbiamo incolpare loro. Non tanto per il servizio che svolgono, ma per il fatto che hanno reso palese una cosa: la musica su supporto fisico è passata. Ha fatto il suo tempo. E’ notevolmente meglio averla a disposizione sul computer o sul telefono, che dover girare con portacassette, portacd e anche solo lettori musicali. Tutto in un unico strumento, grazie ad internet ed alla digitalizzazione.

Questo ovviamente va a scapito di chi compra i dischi, ma sopratutto di chi li vende. In entrambi i casi, vi è un’assoggettamento ai grandi fornitori, che possono offrire prezzi più bassi e che diventano più appetibili rispetto al venditore sotto casa. E’ vero. Ma anche in questo caso, non è una colpa della pirateria, bensì del mercato e di come funziona. Vale lo stesso per tutti i piccoli venditori indipendenti, che siano minimarket, negozi di tessuti o di abbigliamento.

Alla pirateria vengono date colpe da sempre. Ha ucciso la cassetta, si diceva. Poi ha ucciso il CD. Oggi, uccide i negozianti. E’ il nemico comune perfetto, invisibile, e tutti ci macchiamo di questo peccato anche in minima parte. E’ un fenomeno che ci riguarda tutti, e sapete perché? Perché l’uomo, per sua natura, tende a semplificare. Ad avere tutto nel modo più semplice. Per l’uomo moderno, è più comodo e semplice farsi spedire un disco a casa da un’altro paese piuttosto che andarselo a comprare.

E, se ci pensate bene, è la stessa cosa che fate ogni qual volta che aprite Spotify, ma senza il supporto fisico.