Un mito di ieri, da capire oggi

Lo conosciamo tutti. Anzi, lo riconosciamo tutti. Quel volto è entrato di prepotenza nell’immaginario comune, è diventato “pop”, ed in pochi, ancora oggi, non riconoscono subito il Che. Il grande mito del passato si è trasmutato in merchandising e gadget, e sebbene in modo molto più annacquato continua a dire, ancora oggi, la stessa cosa: rivoluzione.

Eppure, a 50 anni dalla sua morte, Ernesto Guevara è un personaggio semi-sconosciuto. Il suo mito si è spento con la precedente generazione, che lo ha vissuto, che lo ha capito. E spiegare oggi cosa fosse Che Guevara ieri, è difficile. Molto difficile. Perchè Guevara era tantissime cose messe insieme, e la sua figura continua ad essere controversa e dibattuta nella stessa sinistra internazionale.

Guevara era quello che faceva la rivoluzione, ma era anche quello che voleva fare ovunque una rivoluzione. Un incendiario, che voleva cambiare tutto. Voleva riscattare la vita degli oppressi, capovolgendo governi e regimi. Ma collezionò solo sconfitte, tutte eclissate però dalla sua grande impresa, la Rivoluzione Cubana. E finita la rivoluzione, più volte si scontrò con Castro, con il suo modo di “intendere e gestire” lo stato, fino all’essere allontanato.

Fù comunque un grande precursore, Guevara. Più volte si scagliò contro la “gestione sovietica” delle Repubbliche Socialiste, e sulla loro pianificazione “castrofica”. E ci vide lungo, Guevara, quando andò pubblicamente contro i piani quinquennali e sullo sfruttamento delle masse, e conseguente oppressione. Ma non venne ascoltato: perché lui era un compagno non allineato, non era “fedele alla linea”.

Era un rivoluzionario puro, sincero. Uno di quelli che voleva davvero cambiare le cose. E che, a modo suo, lo fece, diventando un esempio, un idolo, per milioni di persone nel mondo. L’icona di un secolo. Ed oggi, rileggendo le sue gesta (o rispolverando Guerrilla Wars), non proveremo più le emozioni che provarono i nostri “vecchi”.

I tempi sono cambiati, e di altri rivoluzionari ne sono esistiti. Ma Guevara ha segnato la storia. Perché era un romantico. Perché era un guerrigliero. Perché era un rivoluzionario.

Idioti

Oggi è scoppiata una vera e propria polemica a Noli, un piccolo paesino del Savonese. Si voleva dedicare una targa a Giuseppina Ghersi, ragazzina di 13 anni uccisa dai partigiani il 27 Aprile del 1945. A condannarla, il fatto di essere in possesso di una lettera di Mussolini. Per inciso, non è la stessa ragazza mostrata in alcuni manifesti appesi per Crotone da Forza Nuova lo scorso 25 Aprile, come erroneamente si sta dicendo in giro (quella si riferisce all’eccidio di Codevigo).

Ad essere incredibile, in questa vicenda, è l’assurda posizione dell’ANPI, che si è pubblicamente opposto alla targa perché quella ragazzina era pursempre una fascista. Parliamo di una giovane di appena tredici anni: non si può imputare ad una persona così giovane una qualunque appartenenza ideologica tale da giustificarne l’uccisione. Non si può.

L’ANPI è ormai da tempo in uno stato di pietosa decadenza (sia sul piano storico sia sul piano politico, dove è – erroneamente – sempre più presente). La necessità ideologica di classificare anche i ragazzini è un fatto preoccupante, che non può essere giustificato. Nessuno mette in dubbio l’utilità dei partigiani nella liberazione, né eventi del genere si possono permettere di screditare l’impegno ed il sacrificio. Ma, allo stesso modo, non bastano tutti i meriti dei partigiani a giustificare una tale presa di posizione.

C’è un solo modo per definire l’ANPI, in certi casi: idioti. Idioti puri, ma non ingenui, dato che sono mossi da un frontalismo odioso e becero, degno del nemico che hanno sempre combattuto.

25 anni di menzogne

A màfia è chira ca cumànna sempi, e solo idda poti jiri avanti“, dice una nota canzone che celebrava l’omicidio di Carlo Alberto della Chiesa. Era il 1982, ed erano ancora lontani gli anni delle bombe, ma la strada sembrava già tracciata. Lo stesso copione si ripetè più e più volte, tra perfetti sconosciuti e manovalanza criminale, finché, nel 1992, non arrivò la svolta. Iniziarono le “morti eccellenti”, e da li le bombe in mezza Italia.

Ero appena nato, quando uccisero Falcone, ed avevo pochi mesi alla morte di Borsellino. Non ebbi modo di conoscere questi due signori, che mi si ripresentavano puntualmente, di anno in anno, in ogni testo scolastico. Li ho studiati, li ho letti, per certi versi li ho capiti. E pur non avendo vissuto la loro scia emotiva, ne ho compreso il genio, la lungimiranza, e sopratutto la vera volontà di cambiarla, quella Sicilia e tutto quel Sud.

Ma vennero ammazzati. Uccisi come tanti altri, solo in modo più plateale: la morte è una sola, ma pochi possono fregiarsi della simbolica cifra di “500 kg di esplosivo”. Per i criminali comuni si usa il minimo indispensabile. Ma in questi casi si deve dare un segnale. Alle persone, alla popolazione locale, alle autorità, allo stato: ne abbiamo talmente tanto che possiamo farvi saltare in aria a tutti.

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