“Stefano chi?”

L’avrete letto tutti, della morte di Stephen Hawking, o comunque l’avrete sentito al telegiornale, o visto di passaggio sui social. Qualcuno potrebbe dire che “non ci importa”, ma in fondo se ne và un pezzo d’eccellenza dell’umanità contemporanea. Un uomo particolare, dalla fortissima carica simbolica, che dalla sua immobile vita è riuscito a spiegare i più grandi movimenti del nostro universo. Una risorsa per tutti.

Ma nella quotidianità, si sà, le notizie cambiano rapidamente pelatura. L’interesse delle masse non sempre coincide con i grandi temi del mondo, e non ne possiamo fare un dramma. Tuttavia, è inquietante l’impatto che possono avere certe notizie nel proprio ambiente di lavoro.

Succede quindi che, di buon mattina, io ed il mio collega apriamo la giornata con questa triste notizia. Giusto il tempo della commemorazione, di qualche commento, di qualche “ricordo”. Ma nel cercare un dibattito con gli altri colleghi, l’amara sorpresa: Stephen Hawking è uno sconosciuto. Talmente sconosciuto da aver generato la fantastica esclamazione: “Stéfanu cù?“.

All’inizio ridi. Ti senti confortato dall’ambiente un po’ superficiale, leggero. Poi però ti rendi conto che non è folklore, e che nessuno, in fondo, conosceva il personaggio. Non è un crimine: è solo una piccolo, triste indicatore dell’attenzione che riponiamo al mondo esterno.

Il lavoro imbastardisce ed imbarbarisce l’individuo, nella maggior parte dei casi.

Difendere i criminali?

In questi giorni si sta parlando molto della maestra ripresa mentre urlava a dei poliziotti “dovete morire“. Premesso che l’antifascismo è un dovere, ne è nato un discutibile polverone, che non ha mancato di suscitare la reazione dei soliti “figli di”, con sdolcinate lettere contro l’insegnante per ribadire il valore del servizio dell’arma.

Tutto giustissimo: probabilmente, parliamo di un’esasperata, colta proverbialmente sul fatto. Si trovava al posto sbagliato al momento sbagliato, e pagherà (purtroppo per lei) quel suo ardore che, decontestualizzato, farebbe storcere il naso a tutti noi moderati.

Ma è proprio contestualizzando quel suo urlo, che le cose cambiano. Perché la donna urlava contro dei poliziotti che stavano proteggendo un corteo neofascista. Storicamente, le forze dell’ordine hanno sempre tutelato e protetto quel gruppo di persone che va apertamente contro la costituzione, contro la legge, contro ogni buonsenso. Non è una novità.

Proteggere i criminali, sia ben chiaro, è compito delle forze dell’ordine. Quanti linciaggi hanno evitato, in questi anni! Ma è quanto meno doveroso chiedersi che valore può avere, un poliziotto o un carabiniere, che difende un fascista. Che gli permette di manifestare, in aperta violazione dei diritti di tutto un paese. Non riecheggiano più le parole di Sandro Pertini, che nel parlare della libertà di espressione ci ricordava di come bisognasse conbattere e contrastare i fascimi. Non difenderli: stroncarli.

Mentre ci si indigna contro la maestra, i fascisti escono dalla fogna. Proliferano, si riproducono, trovano discepoli e seguaci, si espandono. Servirebbero centinaia, migliaia di maestre così. Maestre che ci ricordano che il fascismo è un crimine. Maestre che ci ricordano che difendere i fascisti è un reato. Maestre che rispoverino in noi un po’ di quel sano antifascismo militante, che non deve degenerare nel più bieco ACAB, ma neppure piegarsi di fronte alla moderazione della libertà di espressione.

L’unico fascista buono è il fascista morto. E come lui, tutti coloro che lo sostengono, lo supportano e lo difendono.

Una vendetta?

Una strage sconosciuta e importantissima

Ieri mattina è stato ucciso Oliver Ivanović, importante politico kosovaro appartenente alla minoranza serba noto con il nome di “uomo del ponte“. Durante la prima mattina del 16 Gennaio scorso è stato raggiunto da cinque proiettili al torace, ed è morto poco dopo in ospedale. Si trovava nella città di Mitrovica, nota per essere la “città divisa dal fiume”: a nord la minoranza serba, a sud la maggioranza albanese.

L’omicidio ha avuto poco riscontro sulla stampa, e suscita poco interesse. Eppure, riguarda una controversa figura della guerra del Kosovo, uccisa in ricorrenza dell’anniversario di una controversa strage che ha dato il via all’intervento armato della NATO contro Milošević e la Serbia.

Parlo del massacro di Racack, che avvenne il 15 Gennaio 1999 e venne scoperto solo il giorno dopo, 16 Gennaio 1999. Quel giorno i militari serbi uccisero 45 civili di etnia albanese nel villaggio di Racack, a sud di Pristina: ufficialmente dissero che si trattava di terroristi dell’UCK, ma in realtà si trattava di un deliberato sterminio finalizzato alla pulizia etnica. Altri massacri erano già avvenuti in numerosi altri territori dell’ex Jugoslavia.

Le reazioni internazionali alla strage furono delle più diverse. I paesi “amici” cercarono di sminuire il tutto (in Italia ci fù un gran dibattito sostenuto da comunisti e radicali, che sostenevano che la strage fosse una montatura), mentre i paesi “nemici” avevano finalmente le prove della pulizia etnica in atto. Erano infatti presenti dei reporter di Associated Press che ripresero le operazioni di guerra, fotografarono le fosse comuni ed i morti, ed immortalarono i funerali ed altri momenti. Non solo a Racak, ma in tutto il Kosovo.

A partecipare alla pulizia etnica c’era anche il giovane Oliver Ivanović. Nel 2014 venne condannato a nove anni di carcere per crimini di guerra commessi nei confronti dell’etnia albanese, ma nel 2017 venne scagionato. Attivo da poco meno di un ventennio nella politica nazionale ed internazionale, era considerato un moderato. Aveva contribuito in modo fondamentale al processo di dialogo con l’Unione Europea e la NATO, e più volte si era dimostrato intransigente nei confronti di Belgrado.

Con la sua morte si rischia di interrompere il processo di normalizzazione del Kosovo, che quest’anno festeggiarà i suoi primi 10 anni di indipendenza. Una morte che sembra una vendetta, un’esecuzione, in una parte di mondo difficile di mondo che vive nel più totale disinteresse dei rispettivi vicini.