Salvarsi in calcio d’angolo

In attesa della squadra…

Se lo scorso anno mi ero perso i festeggiamenti per la promozione in Serie A, quest’anno ho “recuperato” con i grandi festeggiamenti per la salvezza del Crotone, che è riuscito a non retrocedere solo all’ultima partita di campionato. Dopo un’annata in coda, tra “complotti” e bizzarri ragionamenti, probabilmente è stata dimostrata la teoria più semplice e più bistrattata: chi si impegna ce la fa. E mai come in questo caso vale l’adagio meglio tardi che mai.

Si apre adesso un altro anno in Serie A, per la gioia dei cittadini. Da non tifoso non potrebbe importarmi di meno, se non fosse che questo semplice evento serve a riportare il sorriso sul volto di molte persone. Una gioia, una semplice soddisfazione, che sembra quasi prospettare un’estate più rosea, più rilassata. L’enorme bolgia di persone scese in piazza a festeggiare (e mai presente al momento di manifestare o protestare, ma questa è un’altra storia) dimostra non solo la grande attenzione al risultato, ma anche la grande aspettativa riposta in esso. Un piccolo riscatto, per così dire. Un vanto, in una quotidianità non troppo esaltante.

Il crotonese infatti non ci sperava. O, per meglio dire, metteva le mani avanti. L’atteggiamento infatti è stato, nel corso di tutto l’anno, quello del “sottomesso”, ossia della persona convinta di imbrogli a malaffari a proprio scapito. Si è iniziato con il “Non ci volevano in serie A“, “Ci ostacolano ai piani alti“, “Non vogliono dare soldi al Sud“, e puttanate varie. Poi è venuto il biscotto con l’Empoli, le presunte compravendite di partite, gli oscuri accordi “nordici” o “toscani” per far tornare i meridionali in B. Fino ad arrivare al ridicolo video di un povero grillino che sperava di svelare i tanto oscuri quanto noti meccanismi del calcio moderno, e tutti a parlare di paracadute e compravendita.

Parole. Che hanno alimentato solo altre parole. Mentre squadra e allenatore si impegnavano, e mentre (pare) che a Palermo si cantasse “Ti porto via con me“. Non solo accordi economici e complotti, ma semplice sportività, competizione. Due concetti tanto semplici, come l’impegno e la dedizione, oramai sempre più sottomessi all’idea del “qualcosa di più grande di noi”. Sminuiti, di fronte all’evidenza matematica.

Non pensavo che sarei mai arrivato a scrivere una cosa del genere, ma c’è una morale da imparare dalla salvezza del Crotone: non è il concetto di “non fare niente tutto l’anno e svegliarsi all’ultimo” (quello poteva andar bene a scuola), ma è il concetto di sbattersi per ottenere un risultato. La squadra, partita malissimo per colpa di una gestione irragionevole e senza uno stadio (problematica non ancora risolta, e che riverrà a galla tra un annetto), è riuscita a rimettersi in piedi nel solo girone di ritorno. Non è un vanto e non è un’mpresa eroica: è una semplice dimostrazione del fatto che chi vuole può rimettersi in gioco, nonostante tutto.

Bisogna cambiare atteggiamento, qui a Crotone. Non avere timori di complotti e malaffari, ma affrontare le sfide, semplicemente come vengono. Non essere rassegnati per “tutto il marcio che c’è intorno”, ma cercare di fare qualcosa di bello, di utile, di piacevole.

La popolazione, quella ancora qui si intende, non si è sottratta dal supportare la squadra nell’ultima partita, e compatta si è portata in piazza per festeggiare l’evento. Una popolazione che ha trovato un motivo di unità e di appartenenza in una quotidianità divisiva e lacerata. Adesso, bisogna trovare altri motivi di unità al di fuori dello sport. Bisogna trovare il punto d’unità per le cose serie, quelle vere. La capacità di superare le divisioni per far fronte comune, per imporsi non solo sulla classifica del campionato, ma anche su quella della qualità della vita, e così via.

Perché una società attenta solo al pallone può ricevere anche grandi soddisfazioni, ma ha un’orizzonte non più ampio di un campetto da calcio.

Per il lavoro si è sempre lottato

Non è stato facile (via Inventati)

Superata la litania contro le celebrazioni del 25 Aprile, ecco che si riparte contro i festeggiamenti del 1° Maggio. Tra qualche vignetta e qualche battuta in tv, vi sarà sicuramente capitato, anche quest’anno, di trovarvi sommersi dai soliti, vecchi, tristi discorsetti tipo “ma che si festeggia a fare“, “più che una festa è una commemorazione“, “con tutti questi disoccupati“, ecc. ecc.

L’Italiano medio, in fondo, quando parla del 1° Maggio pensa generalmente a due cose: il giorno festivo ed il concertone. Un po’ come accaduto con la Giornata Internazione della Donna, che si è tramutata in “Festa della Donna”, anche la celebrazione delle lotte dei lavoratori si è tramutata in una “Festa del Lavoro”, tanto da rendere esemplari le parole di Leo Longaesi: “Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo”.

Ma il 1° Maggio è altro. Prima di celebrare “il lavoratore”, il 1° Maggio si celebrano le lotte dei lavoratori. Internazionalmente, quelle di coloro che lottarono per le otto ore di lavoro quotidiane. In Italia, le lotte per la terra, per la libera coltivazione e per la sua redistribuzione. Di convesso, si celebrano tutti coloro che hanno lottato per i propri diritti, ma si celebra anche chi ha lottato per ottenerlo, un lavoro.

La disoccupazione non è stata inventata con il neoliberismo, con l’Europa o con la globalizzazione: è sempre esistita. Ed il 1° Maggio è forse la data migliore per ricordarci, con un po’ di umiltà, che non è mai esistito un mondo che ti culla e ti coccola, servendoti tutto al momento giusto. Il 1° Maggio si celebra il fatto di dover lottare per ottenere qualcosa. La resistenza e la pazienza di chi sa di essere nel giusto. Chi non cede. Perché il diritto al lavoro non è mai stato scontato, anzi.

Questo si celebra, il 1° Maggio.

Trova l’errore

Come ogni mattina, leggo il Crotonese nel bus prina di arrivare a lavoro. In questo periodo c’è una grande attenzione per il calcio, con il Crotone apparentemente destinatoa salire in Serie A. C’è enfasi in giro, aria di festa, sono tutti contenti. È bello.

Però, l’occhio mi cade su un particolare. Precisamente, a pagina 17 mi imbatto in questo.

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La stessa foto pubblicata sul giornale

Ora, non è che uno vuole fare il pignolo, e capisco anche che l’emozione e tanta, e qualche errore può scappare. Sopratutto se si deve mandare in stampa rapidamente. Però…

Non l’hai ancora visto? Guarda la sciarpa 😉