Calabria: dal tacco alla punta

Così era diviso l’estremo sud

Gli antichi romani, quando facevano un viaggio verso la Calabria, si spostavano nell’odierna Puglia. Può sembrare una presa in giro. Eppure, fino al tardo periodo Bizantino, l’attuale Calabria non si chiamava ancora così. Per anni abbiamo letto di fantasiose ricostruzioni sul nome della nostra regione, senza mai però specificare il fatto che si tratta di un nome acquisito.

Nel suo Naturalis Historia, Plinio il Vecchio si riferiva alla regione con il nome di Italia, per via del fatto che i popoli che vi abitavano venivano chiamati Itali (Italòs, o Italòi), descritti all’epoca come discendenti degli Enotri. Oggi sappiamo che questa antichissima popolazione non era ellenica, bensì osca, tant’è che il termine stesso, Italòs, discenderebbe dalla parola osco-umbra uitlu, cioè uitellus, oggi vitello.

Il nome Italia venne successivamente associato all’indicazione di Magna Graecia, e la cosa durò fino all’arrivo dei Romani: a partire dal III secolo a.C. iniziarono a conquistare, una dopo l’altra, tutte le colonie esistenti, prendendo il controllo della regione sul finire del II secolo a.C., cambiando ovviamente nomi e riferimenti ad ogni cosa. La regione continuò a chiamarsi Italia fino al I secolo d.C., precisamente fino all’anno 7 d.C., quando l’imperatore Augusto definì per la prima volta le Regioni, 11 macro aree che definivano i territori di Roma.

A questo punto, è lecito domandarsi: ma perché Augusto chiamò l’attuale Puglia con il nome di Calabria?

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Sui motivi per restare in Calabria

Qualche giorno fa Raffaele Mortelliti, direttore di Strill.it, ha proposto una ragionamento su Facebook. Facendola breve, chiede dei “motivi seri” per i quali, oggi, si resta in Calabria. Motivi reali, concreti, che dovrebbero andare ben oltre la solita riduttiva considerazione del “sole-mare-vento”.

Li per li ero convinto di saperne almeno un paio, di motivi. Ero convinto di saperlo, dato che dall’estero ho deciso di tornare. Ma mannaggia a Raffaele, sono due giorni che m’ha impallato il cervello. Mi sono reso conto che, a parte la famiglia (ed un mio personale problema di salute) non c’è altro motivo che “alle porte del 2020” mi trattiene qui.

È proprio quel “alle porte del 2020” ad avermi dato da pensare. Mentre il mondo va avanti e si interfaccia con il futuro, noi siamo qui ad affrontare temi secolari, mai risolti o risolti solo in parte. Quasi tutti coloro i quali tornano o restano non fanno mistero del loro amore per questa terra, ma raramente ci si chiede se sia un amore corrisposto o meno. È un limbo tra un sentimento ed una triste illusione.

Detto questo, credo che il motivo principale che spinge molti di noi a tornare o a restare in Calabria, “alle porte del 2020”, sia più sentimentale che concreto. La speranza che questa terra cambi, che si riprenda, che risorga… ditelo come volete, il concetto non cambia. Ma anche la speranza di servire a qualcosa, di contribuire a far andar meglio le cose. Per riprendere uno slogan usato dallo stesso Mortelliti, “Se te ne fotti, ti fotti“. O magari, è la semplice accettazione delle cose, una rassegnazione all’andazzo, o peggio ancora l’incapacità di cambiare.

Ma sto dilagando, perdendomi in una “aggressione concettuale”. Motivi concreti per preferire quest’angolo di mondo “alle soglie del 2020” non ce ne sono, se non qualche irrazionale sentimento che ci rende ciechi ed imparziali anche di fronte alle evidenze. Nessuno di noi si trasferirebbe, oggi, in una delle regioni più povere del mondo, anche perché é dalla notte dei tempi che l’essere umano migra in cerca di fortuna, di “luoghi migliori”, di “terre più fertili”.

Preferire la Calabria vuol dire preferire una sfida. Una sfida a 360°, con noi stessi e con l’ambiente che ci circonda. Una sfida al presente, che diventa una speranza per un futuro. Sta a noi fare in modo che questa speranza non si trasformi in vanagloria.

Importare (malamente) usi e costumi

Ieri è stato il Black Friday, ed anche qui in Calabria si sono accesi gli animi. Tutti i grandi centri commerciali hanno iniziato con una martellante campagna pubblicitaria sugli “imperdibili” sconti di questo o quel negozio, e sulla stessa scia anche i piccoli commercianti, che hanno iniziato a prolungare le offerte anche di settimane. L’imperativo è vendere.

Ho passato la mia giornata al centro commerciale Le Fontane, che aveva già organizzato un affollatissimo black friday a Luglio. Mi aspettavo il peggio, ma alla fine c’erano pochissime persone. Una decina di ragazze, vestite da sexy-babbo natale (!?) distribuivano volantini con ipotetici sconti del 70%, e dei tagliandi per ottenere un ulteriore sconto all’ora di pranzo. Ovunque erano appese bandierine americane, e i palloncini neri indicavano gli stand con i capi in offerta.

La sensazione principale, mia e dei miei amici, era che non ci fosse poi granché. Sensazione confermata anche da altri amici, che hanno preso parte alla giornata su Cosenza, Reggio, Lamezia e Siderno. Più le pubblicità che le merci in sconto, o, come si dice da noi, cchiù i vùci cà i nùci. Sconti superiori al 30% non ne abbiamo visti, e l’assortimento era minimo.

Tutto questo per dire che, come hanno notato in molti, se in Italia abbiamo un problema con questo tipo di eventi, figuriamoci in Calabria. Più che una giornata di offerte, è stato solo un giorno per andare a fare shopping. Come ogni domenica. Oltremodo, nessuna offerta degna di nota, se non costosi giubbotti e paia di scarpe pagati sempre cari, ma a venti euro in meno del prezzo indicato.

Che affare! 🙂