Calabria: dal tacco alla punta

Così era diviso l’estremo sud

Gli antichi romani, quando facevano un viaggio verso la Calabria, si spostavano nell’odierna Puglia. Può sembrare una presa in giro. Eppure, fino al tardo periodo Bizantino, l’attuale Calabria non si chiamava ancora così. Per anni abbiamo letto di fantasiose ricostruzioni sul nome della nostra regione, senza mai però specificare il fatto che si tratta di un nome acquisito.

Nel suo Naturalis Historia, Plinio il Vecchio si riferiva alla regione con il nome di Italia, per via del fatto che i popoli che vi abitavano venivano chiamati Itali (Italòs, o Italòi), descritti all’epoca come discendenti degli Enotri. Oggi sappiamo che questa antichissima popolazione non era ellenica, bensì osca, tant’è che il termine stesso, Italòs, discenderebbe dalla parola osco-umbra uitlu, cioè uitellus, oggi vitello.

Il nome Italia venne successivamente associato all’indicazione di Magna Graecia, e la cosa durò fino all’arrivo dei Romani: a partire dal III secolo a.C. iniziarono a conquistare, una dopo l’altra, tutte le colonie esistenti, prendendo il controllo della regione sul finire del II secolo a.C., cambiando ovviamente nomi e riferimenti ad ogni cosa. La regione continuò a chiamarsi Italia fino al I secolo d.C., precisamente fino all’anno 7 d.C., quando l’imperatore Augusto definì per la prima volta le Regioni, 11 macro aree che definivano i territori di Roma.

A questo punto, è lecito domandarsi: ma perché Augusto chiamò l’attuale Puglia con il nome di Calabria?

Continue Reading

Una vendetta?

Una strage sconosciuta e importantissima

Ieri mattina è stato ucciso Oliver Ivanović, importante politico kosovaro appartenente alla minoranza serba noto con il nome di “uomo del ponte“. Durante la prima mattina del 16 Gennaio scorso è stato raggiunto da cinque proiettili al torace, ed è morto poco dopo in ospedale. Si trovava nella città di Mitrovica, nota per essere la “città divisa dal fiume”: a nord la minoranza serba, a sud la maggioranza albanese.

L’omicidio ha avuto poco riscontro sulla stampa, e suscita poco interesse. Eppure, riguarda una controversa figura della guerra del Kosovo, uccisa in ricorrenza dell’anniversario di una controversa strage che ha dato il via all’intervento armato della NATO contro Milošević e la Serbia.

Parlo del massacro di Racack, che avvenne il 15 Gennaio 1999 e venne scoperto solo il giorno dopo, 16 Gennaio 1999. Quel giorno i militari serbi uccisero 45 civili di etnia albanese nel villaggio di Racack, a sud di Pristina: ufficialmente dissero che si trattava di terroristi dell’UCK, ma in realtà si trattava di un deliberato sterminio finalizzato alla pulizia etnica. Altri massacri erano già avvenuti in numerosi altri territori dell’ex Jugoslavia.

Le reazioni internazionali alla strage furono delle più diverse. I paesi “amici” cercarono di sminuire il tutto (in Italia ci fù un gran dibattito sostenuto da comunisti e radicali, che sostenevano che la strage fosse una montatura), mentre i paesi “nemici” avevano finalmente le prove della pulizia etnica in atto. Erano infatti presenti dei reporter di Associated Press che ripresero le operazioni di guerra, fotografarono le fosse comuni ed i morti, ed immortalarono i funerali ed altri momenti. Non solo a Racak, ma in tutto il Kosovo.

A partecipare alla pulizia etnica c’era anche il giovane Oliver Ivanović. Nel 2014 venne condannato a nove anni di carcere per crimini di guerra commessi nei confronti dell’etnia albanese, ma nel 2017 venne scagionato. Attivo da poco meno di un ventennio nella politica nazionale ed internazionale, era considerato un moderato. Aveva contribuito in modo fondamentale al processo di dialogo con l’Unione Europea e la NATO, e più volte si era dimostrato intransigente nei confronti di Belgrado.

Con la sua morte si rischia di interrompere il processo di normalizzazione del Kosovo, che quest’anno festeggiarà i suoi primi 10 anni di indipendenza. Una morte che sembra una vendetta, un’esecuzione, in una parte di mondo difficile di mondo che vive nel più totale disinteresse dei rispettivi vicini.

I “fatti di Barcellona” entreranno nella storia

Quel fucile ad altezza uomo…

Le immagini che si susseguono sui giornali di tutto il mondo, diffuse in televisione e suoi social network, sono destinate a segnare irrimediabilmente la Spagna. Oggi infatti si sta tenendo il discusso “referendum” sull’indipendenza della Catalogna, regione già di fatto autonoma del paese, che vorrebbe addirittura costituirsi come repubblica parlamentare indipendente e sovrana. Insomma, non vorrebbe più far parte della Spagna.

Si tratta di una questione spinosa: il referendum è stato dichiarato incostituzionale, e dunque nullo indipendentemente dal suo risultato. Tuttavia, le autorità catalane hanno deciso di tenere comunque la votazione (così come fecero nel 2014), in forte contrasto con il governo centrale. Governo che annunciò ripercussioni, e che ordinò alla Guardia Civil di bloccare ogni tentativo di voto. La situazione purtroppo è degenerata, e si sono susseguiti numerosi momenti di tensione, e sono stati diffusi molti video che documentano la particolare violenza della polizia nei confronti dei manifestanti. Una violenza, non bisognerebbe neanche dirlo, assolutamente ingiustificata.

Personalmente, ritengo l’indipendentismo catalano un capriccio. Non ci sono infatti ragioni storiche tali da potersi appellare all’autodeterminazione dei popoli (no, parlare una lingua propria non basta), e gli stessi riferimenti alla Guerra di Successione del 1714 sono spesso vaghi e controversi. La Catalogna vuole essere indipendente per altri motivi, che ritengo sinceramente sbagliati ed egoistici. Tuttavia, non si può giustificare il comportamento del governo spagnolo e le cariche della polizia. La polizia in fondo difende “lo stato”, ma queste cariche e queste armi ad altezza uomo non dovrebbero far parte delle cronache di un referendum non autorizzato.

A guardare queste immagini, mi viene in mente il famoso passo presente in 1984, quando O’Brien spiegò a Winston che “Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre” (leggilo). La reazione spagnola è destinata ad entrare nei libri di storia come un caso esemplare di chi ha ragione ma finisce per passare dalla parte del torto.