Dobbiamo iniziare a parlare di “rapporti finalizzati”

Bene, tutto il mondo sta parlando del mostro del momento, Weinstein. Polemizzando, potremmo parlare del ben noto segreto di pulcinella: le ripercussioni sessuali sono all’ordine del giorno nel mondo dello spettacolo, e sono innumerevoli le attrici che hanno denunciato, dopo anni e anni, le violenze subite, spesso senza fare neanche nomi. Oggi tutte quelle denunce sono catalizzate nella figura di Weinstein, che è diventato “l’orco” di Hollywood ed un perfetto capro espiatorio.

In Italia la notizia ha fatto particolarmente scalpore per via del coinvolgimento di Asia Argento, che avrebbe ammesso di essere stata “violentata” in più occasioni da Weinstein. Si parla di episodi risalenti al 1996, quando l’attrice era poco più che ventenne, e che hanno fatto nascere una rumorosa polemica: perché non sono stati denunciati prima? Aldilà delle possibili motivazioni che hanno indotto numerose attrici a tacere per tutti questi anni, si traccia una “linea comune” per tutte: Weinstein era il terzo uomo più potente di Hollywood, e parlare sarebbe stato controproducente.

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Sulla spiaggia di Punta Canna

Un cartellone all’ingresso

Quest’estate abbiamo scoperto che nei pressi di Chioggia esisteva una “spiaggia fascista”. Si tratta del lido balneare Playa Punta Canna, finito agli onori delle cronache per i suoi coloriti cartelloni contenenti foto di Mussolini con relative frasi e discorsi, saluti romani, frasi colorite e continui richiami all’ordine ed alla pulizia (e, tra le altre cose, anche un meme).

Ne torniamo a parlare perché dopo la scoperta del lido si procedette quasi immediatamente alla denuncia del suo gestore per apologia del fascismo. Erano i primi di luglio, e tutti i giornali ne parlarono almeno per qualche giorno. Oggi, sappiamo che i PM hanno chiesto l’archiviazione del caso, in quanto non sussisterebbe alcuna apologia di fascismo, ma solo una particolare ramificazione ed articolazione di un pensiero personale.

Si tratta di una distinzione fondamentale, che avevo già affrontanto in un altro post, a seguito dell’approvazione del nuovo reato di propaganda fascista. In molti, lo scorso mese, si sono stracciati le vesti per affermare che si trattava di un provvedimento “liberticida”, senza tener conto delle dovute differenze: la propaganda e l’apologia del fascismo è una cosa, l’essere simpatizzante fascista è un’altra. Ed il caso di Punta Canna è la dimostrazione lampante ed ovvia di questo discorso.

L’attività privata di Punta Canna, per quanto inneggi al ventennio, non può essere tacciata di apologia: è un luogo privato che rispecchia la personalità del suo gestore. E per questo, non si può (e non si deve) finire di certo in galera. Certo, “inneggia” al fascismo ed, in un certo senso, gli fa propaganda: ma non rappresenta una forza politica/sovversiva, ma solo in pensiero – piuttosto comune – di un libero cittadino.

Non è detto che l’archiviazione venga accettata. Tuttavia, è altamente improbabile che qualcuno venga condannato o che il lido chiuda. Era una cosa prevedibile, ed in fondo è giusta così.

Problemi di concezione

L’Italia è un paese che viaggia a due velocità diverse. Almeno due, ma potrebbero essere anche tre, quattro, e perché no, anche di più. E purtroppo, sembra non esserci nulla da fare in merito.

Quando svolsi il corso di Crescere in Digitale non lo trovai molto interessante, se non altro perché trattava di cose che già sapevo e facevo. Tuttavia, mi piacque molto un concetto che effettivamente non avevo mai realizzato prima di allora. Nella prima parte del corso si invitava i giovani iscritti a paragonare Internet con l’elettricità: negli anni ’60 l’energia elettrica divenne uno standard di tutte le abitazioni, standard di cui ancora oggi non possiamo fare a meno. Certo, non è che senza elettricità non si può vivere, ma la qualità della vita ne risentirebbe profondamente. Per questo, oggi, la corrente elettrica è indispensabile. Ed Internet, per il futuro (ma già oggi) và visto allo stesso modo.

Purtroppo però, la Cassazione la pensa diversamente, e appena ieri se n’é uscita con una perla che dimostra inequivocabilmente le molteplici velocità (mentali, più che altro) del nostro paese: l’energia non è un bene di prima necessità. Tra le assurde motivazioni della sentenza (la numero 39884) si legge che: “la mancanza di energia elettrica non comportava nessun pericolo attuale di danno grave alla persona, trattandosi di bene non indispensabile alla vita, nel senso sopra specificato: semmai idoneo a procurare agi e opportunità, che fuoriescono dal concetto di incoercibile necessità“.

Un testo inconcepibile, se si pensa che è stato scritto e letto da chi utilizza l’elettricità quotidianamente. La sentenza sembra volgarmente improntata sulla punizione da infliggere a chi non paga la bolletta, tanto da sminuire lo stato di necessità che realmente può sussistere. E diciamocelo: togliendo la corrente elettrica ad una famiglia in difficoltà di certo non la si condanna a morte, ma si complica ulteriormente la già difficile sopravvivenza. Niente frigorifero, niente lavatrice, uso limitato della cucina… una passeggiata.

Ma i giudici della Cassazione non ne hanno tenuto conto, ed hanno fatto appello alla loro retrograda percezione delle cose. E mentre noi “giovani” studiamo ed impariamo la corrente elettrica come una delle cose che scaturì la rivoluzione industriale, che si è rapidamente diffusa in tutto il globo tanto da essere presente in quasi ogni casa, e che oggi è indispensabile alla vita, ci ritroviamo a leggere di un qualche giudice che reputa l’energia dispensabile.

Una buona testa di cazzo.