I nuovi operai

Crotone è una piccola realtà, ed anche a livello lavorativo non offre molti sbocchi. C’è chi, come il sottoscritto, arranca da ufficio in ufficio, da privato in privato, svolgendo le mansioni più disparate cercando di costruirsi una storia lavorativa solida, piena di competenze pur non collegate tra di loro: finisce così che da classico “tecnico” divento sempre più un tuttofare, ed anziché consolidare un ruolo mi ritrovo di volta in volta con una posizione diversa. C’è chi, dopo anni di studio, rientra nell’attesa di un concorso o di una chiamata in qualche ente locale, o comunque il più vicino possibile a casa. E poi, c’è chi si accontenta di avere un lavoro e basta.

Il principale datore di lavoro a Crotone è la Datel, della Abramo Holding s.p.a., un enorme call center che da lavoro a più di mille impiegati. All’interno è possibile trovare persone di tutte le età, dai neodiplomati ai padri di famiglia, dalle coppie sposate alle madri single. Di fatto, parliamo della principale fonte di reddito per centinaia di famiglie, ma sopratutto di un posto che ogni crotonese ha visitato almeno una volta nella sua vita. Sfatiamo un mito: gli stipendi non sono un granché, i contratti part-time (verticali o orizzontali che siano) celano dei turni di lavoro più lunghi, i dipendenti sono spesso e volentieri costretti a non prendersi le ferie e all’interno vige una sorta di “ierocrazia” fatta di capi settore, capi area e così via, che hanno potere diretto tanto sul personale assunto tanto sul personale da assumere.

Non avendo mai lavorato alla Datel, e non avendoci mai messo piede dentro, non saprei dire se queste voci sono vere o meno. Certo è che ormai da tempo frequento una comitiva che alla Datel ci lavora da anni, e queste voci sono più che confermate. Oltre ovviamente a numerose storielle simpatiche, che non fanno altro che confermare quei nomignoli come “canile” o “troiaio” che spesso si usano per indicare il luogo di lavoro. Storie di sesso, di ricatti, di compromessi indecenti fatti per ottenere un posto da operatore, per quel magro stipendio che tuttavia rappresenta una risorsa in questa terra, povera di denaro ma ancor più di spirito.

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“Lavorare come Santa Brigida”

Nell’ampio elenco di santi da cui prendere esempio, alcuni resistono al passare del tempo con le loro storie particolari oramai fissate nella memoria quanto meno degli anziani. Sono loro infatti che, ancora oggi, conservano certe espressioni di altri tempi, che oggi suonano addirittura bizzare.

Succede così che nel corso del pranzo, nel parlare di lavori domestici, viene fuori una piccola perla:

Domenica non si devono fare i servizi, e neanche durante le feste. Non fare a Santa Brigida!

Dato per assunto che in passato c’erano delle precise scalette che scandivano la vita di tutti i giorni, c’è da chiedersi: che centra Santa Brigida? In realtà parliamo di un uso piuttosto antico, che ha resistito quanto meno fino ad oggi. L’immagine della santa è associata infatti alla fatica: quando una persona faticava molto, o si trovava sommersa da compiti ed incombenze, si era soliti paragonarla a Santa Brigida.

E’ difficile stabile come Santa Brigida di Svezia sia diventata una sorta di intercalare in tutto il Sud Italia, fatto stà che già Ernesto de Martino attestò l’uso di questo insolito paragone. Ad oggi l’esclamazione è quasi del tutto estinta, così come l’uso del nome “Brigida”, che resiste in qualche anziana ma è praticamente scomparso dall’uso comune.

Curiosità: il nome ed il culto di Santa Brigida sono di origine Irlandese, per via di un’altra santa che fece un miracolo molto interessante 😉

“Á chiesa dú ciú ciú ciú”

Erano anni che non facevo il giro dei sepolcri, la sera del Giovedì Santo, sia per la mia non-religiosità sia per la mia assenza. È stato bello vedere il centro città animato fino a tardi, tra famiglie e ragazzi che si apprestavano a fare il giro delle sette chiese (Perché sette? Il motivo è sempre quello), stando attenti a non concludere il giro di visite con un numero pari: porta male!

Dopo un rapido elenco di altre chiese disponibili per far tornare i conti, nel centro storico rimaneva da visitare solo quella di Santa Maria di Protospataris, alla pescheria. Alché, è venuto fuori un particolare curioso che mi mancava:

Ah tu dici la chiesa del ciú ciú ciú! Se vuoi sapere i fatti di qualcuno, devi andare li, che ci sono le vecchiette che ti raccontano tutto di tutti. Meglio se la saltiamo.

In genere, è risaputo che le comare che si riuniscono in chiesa fanno pettegolezzi. Succede quotidianamente in ogni chiesa. Ma evidentemente, questa piccola chiesetta (che tra l’altro è la più antica, risalente al 1200), si è guadagnata una nominata d’eccellenza: pare che una sola ora di messa li sia in grado di farti assorbire quante più informazioni possibili su tutte le principali storie cittadine, tra tradimenti e amori, problemi e debiti, vizi e vergogne.

Un nomignolo perfetto, onomatopeicamente parlando: “ciú ciú ciú” raffigura bene il rumore di tante persone che parlano sottovoce, del tutto simile alla parola “vociàre”.