1919: il biennio rosso ed i moti dei carovivieri

Popolazione in sciopero contro il carovita

Generalizzando moltissimo, quando parliamo della prima guerra mondiale tendiamo a ricordarci, oltre alle trincee ed alla sconfitta di Caporetto, che “all’epoca l’Italia vinse la guerra”. Effettivamente Il Regno d’Italia, dopo un primo periodo neutrale ed un atteggiamento aperto nei confronti di entrambi gli schieramenti, firmò un patto segreto (il patto di Londra) con la Triplice Intesa, ossia con le potenze che vinsero il primo conflitto mondiale.

Ma c’era poco da gioire, dato che la condizione del paese, finita la guerra, era delle peggiori. Da una parte c’era il fattore umano, dato che l’Italia aveva perso circa 650.000 soldati in guerra, e più di un milione di persone erano rimaste ferite o mutilate, molte delle quali morirono di li a poco. Dall’altra, avanzava una temibile crisi economica: lo stipendio (per chi lo percepiva) era sceso ben al di sotto dei livelli precedenti alla guerra, aumentò il debito pubblico, si svalutò la lira, l’inflazione aumentò rapidamente ed anche lo stato faceva fatica a pagare. Fù crisi. Una crisi che impose, per la prima volta, la famosa tessera alimentare.

Queste nefaste condizioni si abbatterono in tutto il Regno, ed ebbero un effetto devastante sopratutto nel meridione. Ed in contemporanea, la propaganda della rivoluzione russa si faceva strada. I fasti del 1917, del “popolo vincitore”, dei governi “giusti”, facevano leva sulla classe popolare italiana, quella che più aveva risentito della guerra e della crisi. Iniziò così il Biennio Rosso: gli operai occupavano le fabbriche, i contadini i campi, il popolo le piazze. Si chiedevano salari migliori, condizioni di lavoro migliori, condizioni più dignitose, per tutti.

Sebbene i moti più importanti si verificarono al Nord, anche nel Sud si trovano elementi storici degni di nota. Con questo post, andiamo ad approfondire gli effetti del biennio rosso nella città di Crotone, dove i cittadini, scesi in sciopero, occuparono il municipio e “sequestrarono” il sindaco, fino ad ottenere una commissione che decidesse “il giusto prezzo dei generi alimentari”.

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Mura di cinta dell’antica Kroton

Rappresentazione grafica, 1992

Sono certo che anche voi avete sentito, almeno una volta nella vita, che l’antica Kroton era circondata da imponenti mura di cinta. Sappiamo che queste enormi mura proteggevano l’abitato, e pur essendo rimasti pochi frammenti di queste ultime ci è stato tramandato un dato interessante, che ancora oggi viene citato spesso: le mura erano lunghe circa 13km.

Questo dettaglio, nel corso degli anni, ha portato a numerose interpretazioni errate. C’è chi credeva che le mura si estendessero lungo il percorso che da Capo Colonna portava a Crotone (che è lungo circa 13km, per l’appunto), o che si collegassero ed inglobassero altri piccoli centri dell’epoca. In realtà non è così, ed almeno da trent’anni sappiamo che le mura si estendevano, grossomodo, dall’attuale centro cittadino sino ai pressi del Torrente Passovecchio.

Oggi non esistono resti ben conservati di queste antiche mura, anche se in alcuni punti, come sul colle di Santa Lucia, è possibile osservare dei pezzi sparsi qua e la. Le condizioni dei reperti sono pessime, e non è dato se sapere se siano mai state oggetto di interventi di recupero o di tutela.

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A nìva vecchia: perché si chiama così?

Il piccolo slargo nel centro storico

Il centro storico di Crotone racchiude tanti piccoli segreti. Uno dei più noti è un piccolo slargo, all’incrocio tra Via Lucifero e Via Menandro (qui), una piazzetta dal nome decisamente inusuale: à nìva vecchia.

Le viuzze del nostro centro storico (le rùe o rùje, oggi strìtti) hanno infatti dei nomi sostanzialmente prevedibili. Molte strade prendono il nome da antichi personaggi della Grecia Classica e della Magna Grecia (Menandro, Democide, Enea ecc.), altre invece hanno preso il cognome delle famiglie nobili (Gallucci, Peluso, Soda ecc.), e solo alcune portano i nomi dei personaggi dell’Unità d’Italia (Garibaldi, Cavour) o meno noti (come Ducarne). Per questo motivo, un nome ufficiale in dialetto risulta decisamente inusuale.

Ma seppur in dialetto, è un nome che non lascia spazio alla fantasia. Nìva vecchia, ossia “neve vecchia”: sin dalla metà del ‘700, in questa piazza venivano commerciati ghiaccio e neve provenienti dalla Sila. Non esistevano ancora i frigoriferi, e le tecniche di refrigerazione alimentare non erano ancora molto evolute, ma si erano già diffuse tra la popolazione. La città, ancora racchiusa tra le mura aragonesi, vedeva le sue piazzette ben divise in base ai generi che vi si potevano comperare: c’era à peschiria dove comprare il pesce, à dhjazza lòrda dove comprare la carne, e à nìva vecchia dove comprare il ghiaccio.

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