Le fioriture algali: parliamone

L’ultima chiazza (via Crotone 24 News)

L’estate a Crotone porta con se diverse fobie stagionali, destinate a nascere e morire a cavallo tra fine Maggio ed i primi di Settembre. Ce n’é per tutti, tant’è che ogni anno ritornano i “problemi” di sempre, dagli schiamazzi notturni alle ordinanze per la musica, dal traffico insopportabile ai numerosi controlli delle forze dell’ordine, e chi più ne ha più ne metta. Ma un vero e proprio must, sicuramente giustificato ma comunque decisamente esagerato, è quello che riguarda la paura della “fogna a mare”.

A Crotone sono infatti presenti – come in tutte le città di mare – ben tre sbocchi della rete fognaria in acqua (ne parlerò meglio in un altro post), che durante l’inverno vengono usati in situazioni di eccessivo stress della rete. In estate è – ovviamente – vietato aprire questi scoli, ma purtroppo capita che per dei malfunzionamenti o per degli errori vi siano degli sversamenti che compromettono la balneabilità. Lo scorso anno ne abbiamo avuti due, di sversamenti, ed in passato si sono registrati numeri simili, con un netto peggioramento dal 2012 al 2016. Speriamo, ovviamente, di cambiare rotta.

A fronte però di due sversamenti, si registra una paura sempre più fobica della “fogna”. Ogni qual volta che il mare è sporco, si nomina la “fogna”. Se la spiaggia è sporca, e ci si infetta con orzaioli e dermatiti, si parla subito di “fogna”. Se ci sono carte, plastiche e confezioni che galleggiano a mare o che si decompongono sulla spiaggia, si parla pur sempre di “fogna”. Insomma, questa fogna è diventata un deterrente, la panacea di ogni male, ed anche quando non è palesemente un problema collegato alla rete fognaria è inutile specificalo: per il crotonese, si parla di “fogna”.

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Le scogliere di Crotone

[195X] Lungomare
Sul finire degli anni ’60

Con oggi comincia ufficialmente l’estate, e da qui a poco le nostre spiagge saranno affollate all’inverosimile. Alla faccia del noto motivetto “stessa spiaggia, stesso mare“, il buon crotonese terrà conto della sacrà ritualità dell’andarsi a piazzare sulla spiaggia di sempre: c’è chi si prende il solito barracchìnu, chi rimane alla marina, chi si sposta verso Capo Colonna. E c’è poi chi rimane nel grande pezzo di spiaggia libera cittadina, alle scogliere.

Di fatto, le scogliere rappresentano un tratto caratteristico della nostra città: occupano il più grande “pezzo” di spiaggia libera urbana, un’area di circa 140 mila metri quadrati. Ma queste scogliere non ci sono sempre state. Vennero realizzate nei primi anni ’70, a seguito della riqualificazione di tutto il lungomare cittadino, fino al Cimitero. Prima di allora non esisteva un vero e proprio lungomare: non c’era una strada asfaltata, e le numerose baracche del quartiere Shangai venivano costruite fin sulla spiaggia. Era un periodo buono, e si decise dunque di realizzare una serie di interventi per migliore l’aspetto della città e la qualità della vita dei suoi abitanti.

Ultimata la costruzione del lungomare (come vedete in foto), si pensò di realizzare le scogliere. Servivano per impedire che le mareggiate arrivassero fino alle abitazioni, paura ancora oggi diffusa tra i pochi anziani rimasti che si ricordavano il lungomare prima dell’intervento. I grandi blocchi di cemento e ghiaia vennero realizzati direttamente sulla spiaggia, per poi essere posizionati con delle lunghe gru. Dopo aver posizionato i blocchi, si procedette alla creazione delle cosiddette “vasche”, dove tuttoggi ci facciamo il bagno.

Da allora il lungomare cittadino ha cambiato più volte aspetto, le baracche sono progressivamente sparite (le ultime demolizioni sono del 2001) lasciando il posto ad edifici in muratura, vennero installati i lampioni e creati i marciapiedi, e poi le varie scalette per scendere in spiaggia e diverse piazzette. Il grande restauro avvenne nel 2003, quando venne creato il lungomare che vediamo oggi. Nonostante tutto, le scogliere sono ancora li, e probabilmente sono destinate a restarci.

Ora sapete quando vennero create e posizionate, ed avete una vaga idea di come fosse il lungomare all’epoca. Ma quanti di voi sanno dirmi, senza sbirciare, quante sono le scogliere di Crotone? E sopratutto, da dove bisogna iniziare a contarle?

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I nuovi operai

Crotone è una piccola realtà, ed anche a livello lavorativo non offre molti sbocchi. C’è chi, come il sottoscritto, arranca da ufficio in ufficio, da privato in privato, svolgendo le mansioni più disparate cercando di costruirsi una storia lavorativa solida, piena di competenze pur non collegate tra di loro: finisce così che da classico “tecnico” divento sempre più un tuttofare, ed anziché consolidare un ruolo mi ritrovo di volta in volta con una posizione diversa. C’è chi, dopo anni di studio, rientra nell’attesa di un concorso o di una chiamata in qualche ente locale, o comunque il più vicino possibile a casa. E poi, c’è chi si accontenta di avere un lavoro e basta.

Il principale datore di lavoro a Crotone è la Datel, della Abramo Holding s.p.a., un enorme call center che da lavoro a più di mille impiegati. All’interno è possibile trovare persone di tutte le età, dai neodiplomati ai padri di famiglia, dalle coppie sposate alle madri single. Di fatto, parliamo della principale fonte di reddito per centinaia di famiglie, ma sopratutto di un posto che ogni crotonese ha visitato almeno una volta nella sua vita. Sfatiamo un mito: gli stipendi non sono un granché, i contratti part-time (verticali o orizzontali che siano) celano dei turni di lavoro più lunghi, i dipendenti sono spesso e volentieri costretti a non prendersi le ferie e all’interno vige una sorta di “ierocrazia” fatta di capi settore, capi area e così via, che hanno potere diretto tanto sul personale assunto tanto sul personale da assumere.

Non avendo mai lavorato alla Datel, e non avendoci mai messo piede dentro, non saprei dire se queste voci sono vere o meno. Certo è che ormai da tempo frequento una comitiva che alla Datel ci lavora da anni, e queste voci sono più che confermate. Oltre ovviamente a numerose storielle simpatiche, che non fanno altro che confermare quei nomignoli come “canile” o “troiaio” che spesso si usano per indicare il luogo di lavoro. Storie di sesso, di ricatti, di compromessi indecenti fatti per ottenere un posto da operatore, per quel magro stipendio che tuttavia rappresenta una risorsa in questa terra, povera di denaro ma ancor più di spirito.

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