Vai al contenuto

Programmare, piuttosto che ridare

Scritto da:

Francesco Placco

Nella giornata di ieri si è svolto un sit-in di protesta del Comitato Antica Kroton, che ha chiesto la riapertura del sito archeologico al di sotto della Banca Popolare. Un luogo definito “pronto all’uso” da almeno due amministrazioni, ma che nei fatti è ancora inaccessibile.

Nella fattispecie, è bene ricordare che li sotto, a partire da quell’anonimo ingresso posizionato proprio dietro al palazzo comunale, si trova un’area archeologica piuttosto vasta. Gli scavi del 1987 si estesero per tutto il quartiere, da Via Roma a Via Tedeschi, facendo scoprire una serie di abitazioni in un’area di circa 800 metri quadri.

All’epoca il tutto venne salvaguardato, ma nei fatti è rimasto sempre inaccessibile al pubblico. E questo, come ha ricordato anche il Comitato, nonostante diverse sentenze che hanno rigettato i ricorsi della Banca Popolare, che dovrebbe dunque garantire l’accesso al pubblico.

Di tutto ciò, ovviamente, non se ne fece nulla. Anche perché, come spesso accade a Crotone, si finisce a tarallucci e vino, e tra una cosa e l’altra ci si dimentica di esigere il dovuto. Vedasi con la recente storia dell’Ukulele.

Fatta questa premessa, veniamo ora ad un altra questione, che sinceramente mi preme di più. Cosa si spera di ottenere, riottenendo l’ingresso al sito archeologico? Ovviamente un bene pubblico, fruibile dai cittadini e dai turisti.

Ma la semplice riapertura porta con se numerosi oneri, a partire da una gestione del luogo. Chi dovrà gestire il sito archeologico? Chi farà la manutenzione? Chi ne garantirà l’apertura e la chiusura, nonchè la pulizia e, di questi tempi, il rispetto delle norme anti contagio?

C’è chi dice che lo farà il Comune… ma dal Comune non si sa nulla. Anzi, sembra essere stato anche troppo complicato il solo ammodernamento dell’ingresso esterno, che non passa dagli attuali parcheggi della banca.

Ed a questo punto, c’è anche chi sostiene che la gestione potrebbe essere affidata a qualche associazione, o gruppo, o perché no, a qualche comitato. Cosa alquanto improbabile, dato che una tale scelta dovrebbe essere vagliata dalla sovrintendeza.

Insomma, l’iter per la riapertura sembra essere più complesso, e non sembrano esistere soluzioni in tempi brevi. Daltronde, sono passati più di trent’anni dalla scoperta del sito archeologico, e non si è fatto poi molto per valorizzarlo.

Quello che manca, in fin dei conti, è una degna programmazione. Una scaletta. Una serie di interventi. Ma anche solo dei programmi per motivare e dare un senso all’apertura di un sito archeologico. Dovremmo avere imparato che non basta avere un qualcosa, ma seve valorizzarlo e “sfruttarlo” al meglio.

Articolo precedente

Manco la gioia del fuoco

Articolo successivo

Primo bagno (in ritardo)

Unisciti alla discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.