Un balletto indegno

Diciamocelo subito: ieri sera, alla “nomina” di Narciso Mostarda, non c’ha creduto proprio nessuno. Sarà – non me ne voglia – per il nome inusuale, che già lasciava presagire un’irritualità, una decisione poco azzeccata per una regione come la nostra. O sarà per tutte le battute sul fatto che la mostarda, in Calabria, non centri assolutamente nulla.

Sarà quel che sarà, ma alla fine la nomina di Mostarda è sfumata nel nulla. In appena una notte, anche questo soggetto ritenuto papabile è stato messo da parte. Ed oggi le indiscrezioni sono molto più concrete: la volta scorsa c’era finita di mezzo – volente o nolente – la moglie di Eugenio Gaudio, che ha detta del rettore non voleva trasferirsi a Catanzaro, mentre questa volta il Corriere della Sera riporta testualmente:

Martedì sera sembrava fosse giunta finalmente al termine la telenovela sul commissario calabrese alla Sanità. E invece tutto è saltato per i veti incrociati tra i due partiti di maggioranza Pd e M5S.

 

Veti. La nomina del commissario questa volta (ed è lecito pensare che lo stesso sia accaduto anche in altri casi) è saltata per dei veti imposti dai partiti che compongono la maggioranza di Governo. Una figuraccia dopo l’altra, che questa volta si mostra con il suo reale volto, ossia quello dello scontro politico, addirittura di partito.

A questo punto, è opportuna una riflessione: il Governo ha commissariato la sanità in Calabria per togliere il controllo della stessa dalle mani dei partiti, soliti fino a non molti anni fa a “lottizzarla” a danno della cosa pubblica, provocando negli anni i danni che ancora oggi cerchiamo di riparare. Giusto. Corretto e condivisivile, dato che il criterio è stato applicato a livello nazionale, con risultati spesso al di sopra delle aspettative.

Eppure, lo stesso Governo che non vuole far controllare la sanità alla politica regionale, la dà in pasto ai partiti nazionali, alla mercé di nomine, veti e “lottizzazioni” garantite a soggetti amici e vicini al partito. Non è una novità, daltronde: Massimo Scura era vicino all’area del Partito Democrativo, e venne sostituito da Saverio Cotticelli, vicino al Movimento 5 Stelle, giusto per citare i due esempi più recenti. E non dimentichiamoci che nel 2010, quando Giuseppe Scopelliti venne nominato commissario alla sanità, in Italia eravamo al quarto governo Berlusconi.

Insomma, la considerazione è che, alla fine della fiera, è sempre la politica a controllare la sanità. Che sia la politica regionale o l’esecutivo nazionale, c’è sempre chi vuole piazzare l’uomo fidato tanto in un ospedale tanto come commissario. Ed oggi questa condizione è abbastanza evidente.

A questo punto, è già sul tavolo un nuovo nome, quello di Agostino Miozzo, che farà sapere nelle prossime ore. Resta comunque un balletto indegno, dove non solo è difficile attribuire responsabilità ma anche solo vederci chiaro: è difficile parteggiare, perché entrambe le parti, più passa il tempo più dimostrano di avere torto marcio. Dare la sanità in mano alla politica regionale aumenta il rischio di infiltrazioni mafiose, darla in mano alla politica nazionale si traduce in un empàsse apparentemente imposibile da superare.

Nel mentre, noi ci andiamo sotto. Subiamo. Ogni sindaco guarda il suo orticello e vorrebbe un’ospedale dietro il paese, e nel 2020 non abbiamo una rete ospedaliera regionale collegata, integrata ed informatizzata. E nel mentre, con la politica calabrese che batte inutilmente i pugni sul tavolo, al Governo che fanno? Mettono veti.

È proprio vero, in fondo, che della Calabria non importa a nessuno.