Se questo è lavoro

Da quando sono tornato a vivere a Crotone, nel 2016, ho avuto tre impieghi. In tutti e tre i casi, mi sono scontrato frontalmente – almeno una volta – con una situazione ingiusta, iniqua e/o palesemente scorretta. A volerla leggere in percentuale, parliamo del 100% dei casi.

Si sà che il lavoro è quello che è, e nonostante tutte le belle parole pronunciate dai tanti sornioni la reale condizione dei lavoratori è ben nota e documentata. A meno di voler credere che – ad esempio – in città si lavori quasi esclusivamente part-time.

Ma il compromesso lavorativo (quello che ti fa accettare una determinata condizione pur di lavorare) non ha nulla a che vedere con la sopraffazione di certi individui, che pretendono di avere dei dipendenti succubi e “incatenati”. Questa è un’altra cosa, intollerabile e purtroppo ancora troppo frequente.

Ecco allora che forse è bene mettere nero su bianco come si sono conclusi i miei tre lavori qui a Crotone, giusto per farsi un quadro della situazione dato che le segnalazioni inviate nel corso degli anni non hanno mai sortito alcun effetto reale e concreto.

Nel 2017, nell’avviare un tirocinio con un’azienda partner della Camera di Commercio di Crotone, il titolare iniziò insistemente a chiedermi 500€ di “contributo”. Li per lì non gli diedi peso, lasciai correre. Ma le richieste divennero sempre più insistenti, quasi quotidiane, fino alla rottura. Interruppi il percorso di lavoro/formazione, e mi affiancai ad altra azienda.

Nel 2018, nel gestire l’impianto di rifornimento di prodotti tecnologici di una grande azienda nazionale, questa mi chiedeva di firmare, a mio nome, diversi documenti di accompagnamento e di trasporto. Inutile dire che non lo feci mai, perché un tirocinante/stagista non deve MAI ricoprire ruoli di responsabilità. Per quello ci sono i dipendenti, regolarmente assunti. E meno male che non lo feci: oggi l’azienda è in amministrazione controllata per truffa e frode ai danni dello Stato, ed i titolari stanno provando a coprirsi le spalle facendo causa ai dipendenti, perché sui moduli risultano le loro firme.

Arriviamo così nel 2019, quando presi a lavorare in un’azienda di abbigliamento sportivo. Quasi tutto liscio per più di un anno, finché qualche giorno fa non vedo arrivare il corriere che, nel consegnare numerosi colli, mi guarda e mi dice di “stare attento”. Vai poi a scoprire che tutti quei colli erano a nome mio, intestati a me, e contenenti chissà che cosa, provenienti dalla Cina e dall’Arabia Saudita. Apriti cielo, nessuno ne sapeva niente, nessuna responsabilità, solo il mio nome su dei pacchi che non avevo ordinato. Finisce che mi dimetto in tronco per tutelarmi da quella che oltre ad essere una mancanza di rispetto, è un vero e proprio illecito.

Ecco, adesso sono di nuovo disoccupato. Alla soglia dei trent’anni, con già 11 anni di “servizio” (che compirò concretamente tra qualche mese, a novembre) che non servono assolutamente a nulla. E sopratutto, senza alcuna prospettiva per il mio futuro, se non l’emigrazione e la speranza di un lavoro maturo e serio.

Perché il problema principale di questa città, checché se ne dica, è proprio il lavoro. Anzi, la mancanza di lavoro serio. La mancanza di prospettive. La mancanza di una classe imprenditrice onesta e concreta. È questo, che fa cadere nel baratro questo piccolo lembo di mondo.