Perché diciamo “scapolàre”

Dopo una lunga giornata di lavoro, dopo una cena o un aperitivo ormai concluso, dopo una giornata di mare o a seguito di una situazione si sta rendendo noiosa, i crotonesi tirano fuori in coro la stessa frase: Bèh, scapulàm?

Scapulàre, o scapolàre in italiano, è sinonimo di concludere qualcosa. È un termine diffuso in tutta Italia con prevalenza nel meridione, ancora oggi molto utilizzato ed apprezzato anche dai più giovani. Ed oggi è un buon giorno per ricordarne l’etimologia, l’origine, per spiegare il perché usiamo questo termine. Ci arriviamo dopo.

La parola deriva dal latino medievale scapŭla, che indicava letteralmente la spalla. Come ha fatto un termine anatomico a diventare sinonimo di “liberarsi dal cappio”, così come indicato nel Treccani? Colpa, si fa per dire, di alcuni frati.

Lo scapolare infatti è anche un soprabito religioso, una sorta di veste che ricopriva le spalle ed una parte del petto e del dorso, e spesso era dotato anche di un cappuccio. Nella foto ad inizio articolo, vedrete un dipinto del ‘500 che ritrae alcuni monaci cistercensi al lavoro nei campi: quel’abito marrone sopra la veste bianca è lo scapolare. Un capo di vestiario utilizzato inizialmente per il lavoro, per preservare le tuniche da macchie e strappi, e che in seguito divenne parte integrante del vestiario di numerosi ordini religiosi.

Il frate che andava a lavoro nei campi (o svolgeva altre funzioni lavorative all’interno del convento) indossava dunque lo scapolare, ed a lavoro finito lo riponeva. Da qui, probabilmente, il termine si è “trasmesso” dal solo abito al gesto di terminare un qualcosa, di finire un lavoro, un’incombenza. Oggi il termine continua ad avere proprio questa valenza, questo significato, nato in un periodo indefinibile ed arrivato, intatto, fino ai giorni nostri.

Ma perché proprio oggi è un buon giorno per spiegarne il significato? Perché oggi, 16 Luglio, si festeggia la Madonna del Carmelo, ed a Crotone ricorre il cinquantennale dalla consacrazione della Chiesa del Carmine. I frati carmelitani furono tra i primi ad utilizzare questo particolare soprabito, ed ancora oggi ne fanno uso quotidiano. In occasione delle processioni religiose, anche i portantini indossano un apposito scapolare (più leggero e ornamentale) per portare in pellegrinaggio la statua della vergine.

Successivamente lo scapolare ha subìto una sorta di “rimodulazione”, divenendo anche un ornamento più piccolo e discreto: oggi si intendono delle particolari collane che “scendono” sul dorso anziché sul petto, o delle piccole immagini religiose cucite a dei fili di stoffa, da portare addosso al di sotto gli indumenti. Basta fare una ricerca online per vedere come oggi, con questo termine, ci si riferisca principalmente ad oggetti di piccola fattura ben differenti dai grossi “mantelli” utilizzati in passato.

A ripercorrere la storia dell’essere umano, si riscopre un legame indissolubile con il lavoro, con la fatica, con gli sforzi, il sudore, la stanchezza. In passato neanche i frati erano esenti da questi doveri, obblighi sanciti nella sacra bibbia già nella Genesi: L’uomo deve coltivare la terra, è plasmato con il fango della terra e riceve da Dio l’incarico di coltivare e custodire il giardino di Eden. Un legame inscindibile, che generò, nel corso dei secoli, tutta una serie di strumenti per adempiere al meglio a questo arcaico compito. E lo scapolàre rientra, a tutti gli effetti, in questa categoria.

La prossima volta che utilizzerete questo termine o che lo sentirete dire a qualcuno, avrete una bella storia da raccontare.