Siamo la culla dell’antiscienza

Oggi è arrivata la notizia che anche il comune di Reggio Calabria vieterà l’installazione di antenne 5G. Il sindaco Falcomatà si rifà al principio di precauzione, asserendo che “non esistono certezze sugli effetti della nuova tecnologia”. Un’affermazione ovviamente falsa, che tuttavia trova sostegno in tanti altri comuni italiani.

In Italia in fondo basta poco per far credere che una nuova tecnologia sia novica. Ricordate quando, negli anni ’90, esistevano numerosi gruppi contrari all’uso dei telefoni cellulari? All’epoca il cellulare era una novità incredibile, e già allora c’era chi aveva paura delle “temibili radiazioni” emesse da questi apparecchi. Tanto fu ardua la protesta (già all’epoca senza alcuna base scientifica, ma tuttavia “giustificabile” per l’innesto di una nuova tecnologia) che fu necessario uno studio dell’ISS per smentire categoricamente queste voci. Tuttavia, ancora oggi il dibattito è surrealmente aperto.

Dal Corriere della Sera del 25/01/1977

Se poi torniamo ancora più indietro nel tempo, scopriremo che in Italia esistevano dei gruppi contrari anche alle televisioni a colori. Perché, secondo loro, a differenza delle TV in bianco e nero quelle a colori emettevano “più radiazioni” (?), e dunque erano dannose per la salute di chi le guardava. Concetto poi mutato nel classico “non stare troppo vicino alla tv“, che oggi è diventato “non tenere troppo tempo il cellulare vicino al corpo“. perché si credeva – e si crede tutt’oggi – che la vicinanza possa far nuocere in qualche modo.

O ancora, ricordate la fobia globale verso il forno a microonde? Lo strumento che oggi fa parte di moltissime cucine un tempo era avversato tanto quanto i prodotti “in latta” o liofilizzati. Sinonimo di cibo scadente, l’idea di cucinare con delle microonde fece friggere il cervello di molti complottari ante-litteram, portandoli ad assurde conclusioni sulla diffusione dei tumori causati proprio da questi fornetti.

Ma possiamo andare ancora oltre. Sul finire dell’800 c’era chi credeva che la corrente elettrica fosse una male invisibile, capace di “diffondersi nell’aria” e uccidere a poco a poco chiunque ne venisse a contatto. La rivista satirica Judge ne fece una famosissima vignetta, che già all’epoca (siamo nel 1889) si poneva contro gli “estremisti” incapaci di cogliere i frutti del progresso: erano gli anni della guerra delle correnti, e da li in poi l’elettricità si sarebbe diffusa in tutto il mondo.

Ma torniamo ai giorni nostri. A chi si schierò contro i telefoni cellulari, contro le “antenne” più in generale, fonti di inquinamento invisibile e dannose per la pubblica salute. Queste persone che oggi protestano contro il 5G sono le stesse che organizzano presidi sin dai tempi dell’UMTS e bloccavano i cantieri, paventando il solito “possibile pericolo per la salute”. Pericolo smentito da studi, report scientifici, test effettuati negli anni e verifiche da più enti, anche terzi. Eppure, queste persone – che denunciano queste tecnologie dannose affidandosi a dei post sui social, lanciati magari proprio dai loro smartphone di ultima generazione – sono ancora qui.

Se prendiamo ad esempio Crotone, basterà fare una ricerca su Facebook per vedere che i vari post contro il 5G sono pubblicati dalle stesse persone che, negli anni passati, si erano impegnate contro il 4G, contro il 3G, contro l’UMTS, contro il GSM, e addirittura contro i GPS ed il telefono fisso. Sono sempre gli stessi individui, a fronte di qualche sparuto nuovo adepto. E a furia di postare, postare e postare finiscono per inquinare il dibattito, riuscendo, come a Reggio Calabria, a spuntarla e a far approvare una mozione inutile e ridicola.

L’inquinamento elettromagnetico è una cosa seria, un prodotto diretto della nostra società moderna. Questo non vuol dire che ogni onda emessa nell’atmosfera sia dannosa o mortale. Anzi, nella fattispecie il 5G limita proprio il numero di trasmissioni, passando da un’irradiazione “a pioggia” ad una “selettiva”, cioè solo diretta ai dispoisitivo connessi. Paradossalmente, si protesta proprio contro un miglioramento che riduce l’inquinamento in questione.

La scelta di Reggio Calabria è triste, e rappresenta bene il paradosso della Calabria: da una parte vogliamo vantarci dei poli di ricerca e innovazione tecnologica (spesso universitari), dall’altra ci poniamo contro le stesse tecnologie che facciamo studiare ed applicare ai nostri giovani. Siamo pur sempre il paese del caso Capua.