“Vafancùl tù e a freccia”

Il fine settimana la spiaggia pubblica si riempie. Checché ne dicano e ne scrivano, non esiste distanziamento, regole di sicurezza o altro: se c’è qualche contagiato, in spiaggia il covid si diffonde che è una bellezza. Non resta che sperare che le voci riguardanti una difficile diffusione via mare siano vere, ed incrociare le dita.

Detto questo, c’è un altro virus che si diffonde molto rapidamente: la tamarria. Quella vera, verace, spontanea, fatta di circostante e frasi fatte alle quali siamo tutti abituati. E questa mattina, di prima mattina sotto il sole caldo delle otto, si è verificato uno dei tanti casi ai quali assisto oramai quotidianamente, complice la “lotta” per un pezzetto di spiaggia libera ed un posto per l’auto.

Scenario: una piccola fila di auto rallentate da un conducente che cerca una ràsa per parcheggiare. Strada a senso unico, impossibile sorpassare visto il parcheggio su entrambi i lati della carreggiata. Se uno va lento, tutti vanno lenti. All’improvviso, identificato uno spazio sufficiente per l’auto, l’uomo sterza improvvisamente per azziccàrsi. La signora che guidava dietro di lui frena di botto e suona il clacson. Lo sorpassa lentamente, e lo rimprovera: “La freccia! La freccia!“. Parte così dall’auto dell’uomo una serie di insulti:

Ma và và, vida addùv càzz à jìr. Vafancùl tu e a freccia a pàtt’é mammta, và camìna và

E così via, per tutti il tempo necessario per scaricare ombrelloni, sedie e quant’altro. Un caso isolato? No. Uno dei tanti casi che si sentono ogni santo giorno, per tutto il periodo estivo. Perché in fondo, è questa l’attitudine che mostriamo per le regole ed il loro rispetto: lo pretendiamo solo quando spetta agli altri, e pure nel torto si pretende di aver ragione.