Il “problema” Montanelli

In Italia spesso succede che ci si rende conto di un problema in modo tardivo, o a fasi alterne. La questione Montanelli di questi giorni ben rappresenta questa situazione: la statua “contestata” di Milano è stata inaugurata quattordici anni fa (come ha ben ricostruito Il Post, come sempre) senza troppe polemiche. Come se quattordici anni fa non fossimo a conoscenza del passato di Montanelli.

Veniamo adesso al punto cruciale della questione: chi merita una statua? Perché nel 2020 ci siamo riscoperti “iconoclasti” nei confronti di alcuni fantasmi del passato, quasi censori, ed è opportuno discutere il senso delle statue contemporanee e moderne. Anche perché, proprio sfruttando queste “dimenticanze”, in Italia si cerca spesso di inaugurare in sordina monumenti e luoghi a personaggi disdicevoli, che la storia ha condannato.

Ma veniamo a Montanelli. Oltre ad essere una nota firma del Corriere della Sera, nella sua vita ha pubblicato circa un centinaio di opere, ed una ventina vennero pubblicate postume dopo il 2001. Scrisse una decina di commedie teatrali, fu regista di almeno un film e scrisse la sceneggiatura per almeno cinque pellicole, senza contare le innumerevoli prefazioni e lettere. Se ci fermassimo solo a questo, la carriera di Montanelli è degna di nota. E qui subentra il problema intrinseco di ogni statua: basta considerare solo gli aspetti pregevoli e positivi?

Perché Montanelli fù un convinto fascista. Come tanti della sua generazione, per carità, ma che ha subito una rivalutazione della sua immagine solo per il suo impegno da cronista. Montanelli si licenziò dalla United Press per prendere parte, da volontario, all’invasione dell’Etiopia, che considerava “una meritata vacanza” concessa da Mussolini. E li sappiamo della storia di Destà, il cui nome inizialmente era Fatima, la ragazzina di 12 o 14 anni comprata per 350 lire: il padre della ragazza inizialmente chiese 500 lire, ma lui contrattò.

Il madamato venne proibito solo nel 1937, e non per questioni etiche o morali: venne proibito per le malattie che i militari italiani contraevano. Fino ad allora, veniva tollerato e sostenuto, considerato come pratica more uxorio, di uso comune e secondo il costume locale. Andava bene ai neri, andava bene ai coloni. Anche perché, come scrisse lo stesso Montanelli, “In questo modo, ogni due settimane mi ritrovavo, al pari dei miei uomini, con i panni puliti“.

In pochi sanno la fine che fece, quella ragazzina: come racconta lo stesso Montanelli, la cedetta al generale Alessandro Pirzio Biroli, possessore di un vasto harem. In seguito Montanelli racconterà di essere tornato in Etiopia, e di aver scoperto che quella ragazza che lui compò aveva avuto tre figli, ed il primo si chiamava proprio Indro. E qui entriamo in un altro aspetto della carriera di Montanelli: ha scritto e raccontato un sacco di balle.

Non errori, che capitano a tutti i giornalisti, non ricostruzioni sbagliate, che capitano anche ai migliori reporter. Vere e proprie bufale. Come quando raccontò che alcuni militari italiani in viaggio verso Berlino si fermarono ad aiutare i contadini ad arare i campi, nel 1939. O come quando millantò di sapere alcuni fatti sulla strage di Piazza Fontana, o le illazioni su Moro. Falsità per le quali venne portato anche in tribunale. Storia del giornalismo che, evidentemente, non interessano più a nessuno.

A questo punto, è opportuno chiedersi se Montanelli, con le sue frasi razziste contro i siciliani ed i meridionali, contro “il meticciato”, contro l’omosessualità, sia meritevole di una statua. Perché una statua a Montanelli oggi è come una statua a Feltri domani. Gente che non ha un punto di vista ragionevole, ma pregiudizievole. Ed il cui unico merito è quello di aver lavorato, per tutta la vita, in un solo settore. In un solo ambito.

E qui subentra un altro aspetto: quello politico. Montanelli è uno dei pochi (pochissimi) intellettuali di destra. Un baluardo, che la destra mistifica e giustifica, un po’ come tenta di fare con personaggi come Almirante. E per questo che Montanelli ha una statua, non per il suo impegno da cronista, per il suo lavoro o per la pregevolezza dei suoi scritti. Ha una statua perché è un personaggio eligibile della destra. Tant’è che la sua statua venne inaugurata proprio da una giunta di destra, ed oggi viene ripulita dalle associazioni e dai partiti di destra.

Rimuovere la statua non cancellerà quello che è stato, Montanelli. Il passato è passato, e le cose non cambiano. Tuttavia, oggi, Montanelli non è considerato un esempio nel mondo del giornalismo. Non è studiato nelle scuole settoriali, non esistono suoi articoli “da manuale”, presi da esempio per far scuola. Dei suoi tanti scritti, pochi sono considerati must-have, ed ancor meno hanno resistito all’obsolescenza delle pubblicazioni di propaganda e di pensiero dell’epoca.

Montanelli, probabilmente (e per quel che mi riguarda) fù un uomo mitizzato per forza di cose. Mitizzato dal giornale per cui scrivera (il Corriere c’ha provato e c’è riuscito più volte), mitizzato dalla politica, mitizzato da certi ambienti estremisti. La sua immagine non è altro che un feticcio usato, suo malgrado, di volta in volta a favore o contro battaglie sulle quali il diretto interessato non può più esprimersi.

Il suo quarto ed inusuale nome, Schizògene, vuol dire “generatore di divisioni”. Ed in fondo Montanelli è sempre stato un divisionario. Anche per questo, l’opportunità di mantenere una sua statua andrebbe rivista e ridiscussa.