L’ipocrita crisi da infrastruttura

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Seguo con preoccupazione le ultime tensioni politiche nate in seno all’approvazione parlamentare (scontatissima) della TAV. E la mia preoccupazione non è riversata particolarmente sulla tenuta del governo, ma sulla percezione delle infrastrutture. Del progresso.

È vero che la TAV rappresenta un caso controverso, ma è altrettanto vero che le uniche, eclatanti proteste sono avvenute solo in Italia, nel famigerato tratto Torino-Lione, e si sono consolidate più come battaglie ideologiche che non come contestazioni sensate. All’estero la considererebbero una questione di nimby.

Probabilmente siamo tra gli unici paesi al mondo dove può nascere una crisi di governo a causa di una infrastruttura. Dove ogni partito cerca di avere ragione per forza, e dove l’elettorato si sposta in base alla promessa di fare o non fare un’opera. Un assurdo, un cortocircuito al quale purtroppo assistiamo da anni.

A questo punto, oltre alla crisi politica, dobbiamo chiederci di che punto abbia raggiunto la crisi “mentale”. Siamo arrivati al punto che l’Italia è divisa tra chi chiede incessantemente nuove opere e chi invece le schifa, facendo paragoni assurdi (ed ingiustificabili) con le spese per la sanità o l’istruzione. La vera crisi è questa: chi davvero crede che quei soldi possano essere riversati in altro, crede in una menzogna.

Menzogna avallata dal M5S, che verrà studiato per il più eclatante caso di incendiario trasformatosi in pompiere della storia. Che quella del M5S fosse una campagna elettorale farlocca era ben noto, ma l’elettorato c’ha creduto. Ha rispettato il sacro diritto/dovere di farsi prendere adeguatamente in giro, ed ora se ne pente. Perché l’elettorato non ha mai colpa: è sempre colpa della politica.

E adesso? È improbabile che il governo cada, ma è difficile intravedere come possa andare avanti. Davanti ai nostri occhi si prospettano solo due opzioni: un’ulteriore sottomissione del M5S, che a questo punto sarebbe solo una formalità data la totale inesistenza e l’incapacità di incidere nel dibattito politico nazionale (vedasi le numerose “giravolte” a favore dell’alleato), o un colpo di mano della Lega, che potrebbe sfruttare l’attuale popolarità e cavalcare l’onda per ribaltare la situazione.

Lega che – sia ben chiaro – è comandata da Salvini, che spesso ridicolizziamo e sfottiamo ma che sa il fatto suo: a settembre si voterà per la riduzione dei parlamentari, ed ampi voti nei collegi più grandi del bel paese assicurerebbero una legislatura “bulgara”.