Come ti copro un reperto archeologico

Copertura del tempio di Hagar Qim

Del viaggio a Malta mi sono rimaste impresse tante belle cose. Tra queste, la visita ai templi megalitici di Hagar Qim e Menaidra. Avrei voluto visitarne altri – come quello di “gigantia”, il secondo tempio più antico al mondo – ma la sola visita a questi due siti è valsa l’intero viaggio.

Parliamo di reperti risalenti al terzo millennio prima di cristo. Un periodo storico tanto antico quanto ignoto, dove nel mondo iniziavano cose incredibili come la costruzione delle piramidi in Egitto, dei nuràghi in Sardegna, di Stonehenge nel Regno Unito. Ma avvenivano anche scoperte destinate a cambiare il corso della storia, come la metallurgia. Sempre nel terzo millennio poi sarebbe avvenuto il diluvio universale, e tante storie raccontate nei poemi epici.

In questo quadro storico dove la leggenda si mischia irrimediabilmente alla storia, a Malta – così come in tanti altri luoghi del Mediterraneo – venivano eretti dei templi giganteschi. La loro funzione resta ignota, ma fortunatamente sono riusciti a sopravvivere fino ai giorni nostri, portandoci in dono la loro storia ed innumerevoli reperti. Non è una cosa da poco, dato che parliamo di costruzioni di oltre 5000 anni fà.

Per tutelare i templi, realizzati in tufo ed arenaria e quindi particolarmente degradabili (sia per effetto dei venti che per effetto dell’acqua), non c’hanno pensato due volte: sono state realizzate delle enormi tensostrutture, grandi quanto tutto il perimetro dell’area archeologica, che coprono come una cupola i templi. Questi grandi “tendoni” devono resistere ai forti venti provenienti dal mare, e dunque necessitano non solo di una struttura robusta, ma anche di profondi pilastri. Pilastri che sono stati realizzati senza le allarmanti polemiche che scuotono costantemente il dibattito tanto in Italia quanto in Calabria (e più nello specifico nel crotonese).

Certo, si tratta di aree archeologiche diverse. Tuttavia, è interessante notare l’ingegno che i maltesi – con la collaborazione dell’Unione Europea, che non solo ha contribuito economicamente al 64% dei lavori, ma ha supportato anche la progettazione – hanno riposto nella scelta della copertura. Non una semplice struttura con un tetto, come si vede fin troppo spesso, ma una struttura complessa ed efficente, sorprendentemente in armonia con il contesto.

I pilastri infatti si trovano a circa 5, 6 metri dai reperti archeologici, e non scendono verticalmente nel terreno: procedono obliquamente, allontanandosi progressivamente dalle aree archeologiche. Questa “semplice” alternativa, che ovviamente lascia intendere una disponibilità di ampi spazi aperti, ha permesso a Malta di preservare i suoi siti e di renderli incredibilmente più fruibili: meglio stare all’ombra, nel pieno dell’estate.

Nel vedere certe cose, ci si chiede come sia possibile che Malta, senza vantare legami con la “mitica magna grecia” o con ben note ed importanti popolazioni del passato, siano riusciti a realizzare tutto questo. Hanno preso un’area archeologica fuori mano (distante circa venti chilometri dalla Valletta) e l’hanno trasformata in una tappa obbligata, un po’ come vorremmo fare noi con Capo Colonna.

Noi, forse, ci stiamo riuscendo solo oggi. Nel frattempo, è sempre impressionante fare un paragone – impietoso – tra le aree archeologiche nostrane e quelle del resto del mondo.