La morte di un’agave

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Oggi è stato pubblicato un nuovo interessante dato sugli effetti del cambiamento climatico. Fin troppo spesso infatti le campagne di sensibilizzazione – che a ben vedere non sensibilizzano più, purtroppo – si basano solo sui danni “collaterali” corrisposti ad altre specie animali, specialmente tigri, panda, orsi (quasi sempre polari), da tempo ospiti fissi di ambientalisti ed animalisti. Tuttavia, il danno peggiore non è avvenuto nella fauna, bensì nella flora: negli ultimi 250 si sono estinte oltre 600 specie, più del doppio delle specie estinte di mammiferi, uccelli e anfibi messe insieme.

Quella delle piante è una strage silenziosa, indice del totale disinteresse della popolazione mondiale nei confronti di quella madre natura che si vorrebbe difendere. Da tempo infatti vado ripetendo di una grave forma di alienazione nei confronti della natura, riscontrabile tanto nelle grandi metropoli quanto nei piccoli centri come Crotone.

Proprio a Crotone infatti – precisamente alla Rotonda della Pace, all’imbocco del cavalcavia Sud, nei pressi di Fondo Gesù – sta succedendo un evento degno di nota: un’agave ha fiorito. Per i più sarà una non-notizia, e di fatti nonostante il traffico quotidiano nessuno pare aver notato quel lungo sperone (alto più di due metri, di un bel verde acceso e con le infiorescenze di un giallo quasi fluorescente).

Gli agavi fioriscono dopo 10, 12, 15 anni dalla loro piantumazione. E generalmente, dopo la fioritura, muoiono. Lo stelo marcirà e cadrà, e successivamente la pianta inizierà a seccarsi. Questo vuol dire che non solo difficilmente riuscirà a riprodursi, ma che al suo posto, da qui all’inverno, rimarrà un vuoto. Un vuoto che probabilmente verrà “coperto” dagli agavi vicini, che prenderanno il sopravvento fino a raggiungere, anche loro, lo stesso traguardo.

Non c’è nulla che si possa fare. Tuttavia, in passato si riconosceva con largo anticipo il fenomeno, e gli agavi (anche quelli nei terreni, usati come “delimitatori” assieme alle pittàre) venivano tagliati per tempo, dato che le foglie succose e carnose diventeranno di un “legno” duro che non si potrà neppure bruciare.  Ma il rituale è andato perduto, e quella non è altro che una pianta che muore.

Il disinteresse che mostriamo nei confronti delle piante è sintomatico del disinteresse che mostriamo per la natura. Non bisogna conoscere tutte le piante a memoria (cosa impossibile), ma perdere il contatto con la flora che ci cirdonda non farà altro che continuare a rendere la natura una sorta di “contorno” del quale interessarsi il meno possibile.