Essere Ateo a Pasqua (in Calabria)

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Tra tutte le festività religiose, quella di Pasqua è tra le più sentite non solo tra i credenti, ma anche tra i non religiosi. La Pasqua ha un’aura tutta sua, un fascino ed un peso che non è possibile percepire nel corso del Natale (quando ti aspetti i regali) o dell’Assunzione (quanto ti aspetti una grigliata). La Pasqua, probabilmente, conserva un “sentimento puro” di attesa religiosa, che lascia poi il passo all’altro evento, quella della pasquetta. Ma questa è un’altra storia.

La Pasqua è una data postuma, fissata dagli uomini e per gli uomini, per celebrare varie ricorrenze. Ricorrenze che devono essere care e sentite dagli stessi uomini, che dunque danno un valore, un peso all’evento. Ed è questo “peso” che si percepisce nel periodo pasquale, quando vedi la dedizione dei più anziani nel fare il giro dei sepolcri, ostinati nel loro digiuno e nel loro non mangiare carne, ossequiati ai presunti divieti biblici che non hanno mai letto, ma ai quali credono. Il tutto, per “fede”.

Una fede difficile da individuare di questi tempi, che tuttavia si rispecchia negli occhi, e negli animi, di tante persone, anche giovani, della mia età, appartenenti alla generazione dei senza dio. È innegabile la ritualità della Pasqua, e quel barlume di speranza che l’essere umano, da millenni, ripone nella presunta resurrezione di un uomo. Un fatto bizzarro, ambiguo, retrogrado, superato, infantile e falso. Ma a tutti gli effetti un fatto.

È difficile essere Atei a Pasqua, in Calabria. Lo è anche a Crotone, dove ancora vieni invitato dagli amici a fare il giro dei sepolcri per poi vantarsi a chi ne ha visitati di più (sempre i numero dispari ovviamente), o a fare la veglia. Dove ancora ti viene ribadito che non si mangia carne il venerdì, anche se ti siedi in un locale. E dove, allo stesso tempo, convivono sacro e profano, tra emblematici esempi di “rigore” e palesi forme di disinteresse.

Tutti conviviamo attorno a questa Pasqua. Con i ramoscelli d’ulivo benedetti da bruciare e da prendere nuovi, da apporre all’ingresso di casa. Con le palme fatte a piramide da usare come portachiavi. Con l’aspettativa di sedersi a tavola con tutta la propria famiglia, per fare quello che non si fa neppure a Natale.

Pasqua è probabilmente l’unico periodo dell’anno dove l’irrazionalità della fede riesce a far breccia nella mente (o forse più nel cuore) di un’ateo. Uno strano giorno come gli altri.