Sul Venezuela

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Quello che sta avvenendo in Venezuela è un esempio da manuale, di quelli che fino ad oggi abbiamo letto solo sui libri di storia. Lungi da me il voler difendere l’operato del “compagno” Maduro: pur avendo sempre sostenuto le politiche chaviste, la deriva autoritara del successore di Chavez è innegabile, neppure per il più ferreo sostenitore (a patto di non essere dei fanboy che danno fiato alla bocca).

Maduro ha contribuito ad esasperare un paese in difficoltà. È difficile prendere le sue difese, specialmente se si esaminano alcuni argomenti che vanno oltre la solita propaganda. Le repressioni, i costri spropositati, l’impossibilità di accedere ai beni di consumo più comuni, ma anche le frequenti modifiche costituzionali, e l’immenso potere concentrato nelle mani dei fedelissimi. Un quadro che, estraniato dal bel concetto socialista, appare nero.

Tuttavia, pur consapevole di quanto detto, non ci si può svegliare da un giorno all’altro e riconoscere un perfetto sconosciuto come “presidente ad interim”. Non ci si può prendere la responsabilità di delegittimare qualcuno e legittimare qualcun’altro, così, con leggerezza. Men che meno sotto le minacce americane, che arrivano subito a “bombe” e “invasioni armate”.

Quanto si sta facendo in Venezuela, oggi, è sbagliato. In appena una settimana ci si è ritrovati con mezzo mondo che vuole interferire in una vicenda della quale, fino a pochi mesi fa, ci si interessava poco e niente. Delegittimare Maduro porterà a nuove  violenze e nuovi scontri, e causerà non poca instabilità nel paese, a meno che non si verifichi un passaggio di ruoli pacifico.

Una situazione spinosa, che tuttavia mette in luce il doppiopesismo globale nelle crisi nazionali: in alcuni casi, forti di “voti” e “condanne”, si interviene a spada tratta, in altre ci si gira candidamente dall’altra parte.