La leggenda della campana del brigante

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Quante volte avete sentito la storia del salto del brigante? È una vicenda famosissima, conosciuta dai più e tramandata in buona parte del territorio crotonese. Una storia che pare abbia un fondo di verità, ma dai contorni e dalle date ignote, che confondono le loro tracce in un aura leggendaria.

Quel che è certo, però, è che la storia si conosce molto sommariamente. Ed in genere, a nessuno viene in mente di collegarla al 2 di Febbraio, al giorno della candelora. Eppure, la leggenda del brigante che saltò dalla timpa è collegata proprio alla Madonna della Candelora, che si venera nella chiesa di Altilia, alla quale il brigante pare fece voto prima di saltare nel vuoto.

Ma ripercorriamo la storia in modo quanto più preciso possibile. Esiste infatti un articolo pubblicato nel maggio del 1920 su una rivista di storia locale, Siberene, che parlava, già allora, della “leggenda della campana del brigante“. Il testo integrale dell’articolo è il seguente:

Una di quelle bande, inseguite da per tutto, da soldati e da birri, dopo vari combattimenti, né quali, come avviene, e gli uni e gli altri lasciavano a terra dé morti e dé feriti, si vide quasi sull’estremo della sua disperazione. I pochi briganti rimasti della banda vollero vender cara la loro vita, e lottarono, lottarono ancora… ma, sospinti dà soldati e dà birri verso un’erta, aspra, difficile collina, erano tutti sul punto di essere circondati e catturati. Resistettero ancora: ma uno di essi, forse il capobanda, si vide perduto, perché, retrocedendo sempre e sempre tirando fucilate su coloro che volevano impossessarsi di lui, si trovò in fine all’estremo di una altissima rupe, a picco, dalla quale non si poteva sperare salvezza. Da una parte i nemici che sempre più si avvicinavano a lui; dall’altra la rupe a picco. Fu un terribile istante per lui: o farsi ammazzare o ammazzarsi da sé, buttandosi da quell’altissima rupe. Scelse quest’ultima via. Ma prima di buttarsi da lassù nell’abisso ebbe un lampo di speranza: la Madonna di Altilia, che di fronte a quella rupe aveva il suo Santuario, la Calabro Maria. E prima di lanciarsi nel vuoto, gridò pieno di fede: “Maria d’Altilia, salvami tu! Ti farò io la campana che manca alla tua chiesa!”… e giù, in quella fiducia verso Maria SS.ma. Fu un miracolo della Madonna: doveva laggiù diventare un mucchio di carne ed ossa; e invece nessun male n’ebbe, da quella caduta… e si salvò, correndo ancora per la campagna , ringraziando la Vergine che lo aveva liberato dalla morte. La campana la fece subito fondere, a sue spese: e anche oggi, in Altilia, né paesi vicini e in Santa Severina nostra è chiamata la “campana del brigante”.

La storia in fondo è molto simile a come la conosciamo, solo un po’ più articolata. Qualcuno parla di una campana realizzata interamente in oro (frutto dei bottini del brigante), altri invece giurano che fino al 1995 – anno del restauro della statua della Madonna di Altilia – vi fosse una pallottola conficcata all’altezza del cuore della santa effige. Tante storie, che si perdono nel mito popolare.

Ma davvero mancava una campana alla chiesa di Altilia? Pare proprio di si: le uniche prove documentali delle donazioni sembrerebbero confermare che, nonostante le campane donate alla chiesa in origine (nel 1216) fossero due, già nel 1579 si erano ridotte ad “una campana al campanile“. La donazione della nuova campana dunque sarà avvenuta, per certo, a seguito di quella data.

Un periodo che coincide con quello di massima presenza del brigantaggio nel crotonese, che caratterizò massicciamente il territorio dal ‘500 al ‘700. Numerose erano infatti le bande di briganti che operavano per le campagne del marchesato, alcune delle quali famose ancora oggi per le loro gesta eroiche, altre per le infamie ed i crimini compiuti.

A seguito di quanto accaduto, quella “irta ed aspra collina” prese due nomi: Timpa del Salto e Timpa del Brigante. Qualcuno la chiama anche Timpa del Gigante, per via del noto caso di pareidolia: il lato scosceso della collina sembra raffigurare – effettivamente – un volto umano.

Ma chi era quel brigante? Chi erano “i soldati e i birri”, e da chi era composta la banda in fuga? Sono domande alle quali, purtroppo, non è possibile rispondere. Pare tuttavia che quel colle abbia ospitato un “ritrovo” di banditi e fuorilegge, che avrebbero sfruttato tutta una serie di costruzioni rupestri (molte delle quali scavate nella roccia viva della montagna) per sfuggire alla legge e per nascondersi. Altra leggenda vuole che proprio “nella pancia del colle” sia nascosto un ingente tesoro, accumulato negli anni da più bande brigantesche.

Successivamente, la Timpa del Salto passò alla storia per altri motivi. Ad esempio, nel 1844 fu luogo di scontro per i fratelli Bandiera, diretti a Cosenza, mentre in tempi più recenti finì alla cronaca per il rischio di inghiottire un intero paese. Curiosamente, esiste un altro luogo in Italia noto con lo stesso nome, tra Lazio e Abruzzo.

Le leggende e le storie dell’entroterra crotonese sono tante. Tantissime. E molte sono collegate, come in questo caso, a specifiche ricorrenze e cerimonie ormai perse. L’avreste mai detto che alla candelora avreste ricordato la storia di un brigante?