La località “scannagiudei”

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A proposito di Giorno della Memoria e tradizione ebraica crotonese: sapete che, proprio nel crotonese, si trova una delle località con il toponimo più controverso dei tempi recenti? Il marchesato in fonto è pieno di luoghi che si chiamano in modi non troppo amichevoli (si pensi a località crepacuòre, o femmina morta), così come tutta la regione. Ma andando verso la sila, seguendo la SS107, si può leggere uno di quei nomi che rimangono impressi: scannagiudéi.

Si tratta non solo di due piccole gallerie stradali, ma anche di un’intera località del comune di Caccuri (più precisamente, della frazione di Santa Ranìa) che mantiene questo particolare nome, così come un piccolo affluente del Lese. Nel corso degli anni è stato chiesto più volte di cambiare il nome delle gallerie, e l’ANAS aveva proposto di chiamarle solo “Giudei I” e “Giudei II“. La cosa però suscitò un piccolo moto popolare affinché si mantenessero i nomi storici, e così fu: si chiamano ancora “Scannagiudéi I” e “Scannagiudéi II“.

Il fosso “scannajuréi”

L’origine di questo particolare nome sembra inequivocabile, e parrebbe riguardare un luogo appositamente scelto per sterminare degli ebrei Nel corso degli anni si sono susseguite parecchie leggende riguardo alla località in questione, con storie più o meno fantasiose e ricche di dettagli e colpi di scena. Ma la verità potrebbe essere tutt’altra.

Come già scritto nel precedente post, la presenza di popolazione di religione ebraica è ampiamente documentata in tutto il territorio crotonese a partire dal medioevo. La città di Crotone poteva vantare la più grande comunità ebraica di tutta la regione, ed i centri vicini godevano quasi tutti di piccoli insediamenti. Il comune di Caccuri era sicuramente uno dei più popolati in tal senso, essendo dotato non solo della propria giudécca e di una propria sinagoga (fortunatamente conservatasi, a differenza di quella crotonese), ma addirittura di due località al di fuori del centro abitato dai nomi significativi: Scannajuréi ed Ejùra.

La leggenda più consolidata, parla di un luogo di sepoltura ebraico, successivamente finito nel degrado ed alla mercé dei tombaroli, che avrebbero aperto le numerose tombe per saccheggiarle. Altra storia invece narrà di una serie di fossi scavati nel terreno dove venivano trucidati gli ebrei, per poi essere abbandonati agli animali selvatici. E ancora, c’è chi parla di un temuto luogo del passato, dove gli ebrei che non lasciarono il regno nel 1540 vennero condotti, per poi essere gettati dalla cima del monte con mani e piedi legati.

Eppure, non abbiamo tracce di tali avvenimenti nella storiografia. Come accadde anche a Crotone, l’editto di espulsione della popolazione ebraica non venne del tutto rispettato, ed in molti riuscirono a forzare la loro conversione al cristianesimo pur di salvarsi e non dover emigrare. Appare quindi quanto meno strano che, di punto in bianco, si siano commessi una serie di fatti di sangue, specialmente se è appurato che molti ebrei riuscirono ad integrarsi nonostante gli editti di Carlo V.

Ad ogni moto, tutto è possibile. Così com’é possibile (e plausibile) la ricostruzione di Giuseppe Marino, che crede che il nome “scannagiudéi” derivi da alcuni vecchi scontri tra bande di briganti del posto:

Scannajuréi. Località a ridosso di Pantane. Il toponimo diede origine a numerose congetture sulla ipotetica fine di una misteriosa comunità ebraica caccurese che non trova riscontro in nessuna opera degli storici locali. Più probabile, invece, l’ipotesi che nella zona si sia combattuta, una delle tante battaglie tra le bande valdesi di Marco Berardi, detto re Marcone e reparti dell’esercito spagnolo al comando del marchese Fabrizio Pignatelli e che, nell’occasione, i valdesi, chiamati con disprezzo “giudei”, abbiano avuto la peggio subendo gravi perdite. Va ricordato inoltre, che molti storici concordano sul rinvenimento del cadavere del capo religioso di Mangone e di quello della moglie Giuditta in una grotta del territorio caccurese. 

Quindi, tragica fine di una comunità ebraica, o faide tra briganti? Un nome dalla triste connotazione dispregiativa, o l’eterna memoria di un piccolo olocausto in territorio crotonese? Non ci è dato saperlo. Sappiamo solo che quelle due gallerie raccontano una storia molto più antica di quanto possiamo immaginare.

Fateci caso, la prossima volta che andate a Cosenza o in Sila. Avrete qualcosa di cui parlare.