Le “usanze dei morti” in Calabria e nel crotonese

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Anche quest’anno mi tocca vedere che in molti condividono e danno spazio alle solite fesserie. “Noi non festeggiamo halloween, che è una festa pagana!“, o peggio ancora “satanica”. Macché, questi prodi religiosi festeggiano “i morti”, così come vuole la religione, la tradizione. Un cortocircuito palese, avallato ed ingigantito dal racconto nostrano che parla di “feste importate” e “tradizioni anglosassoni che non ci appartengono”.

Ma guai a dirlo, che non è così. Il rito bizantino prevedeva già la ricorrenza della commemorazione dei defunti, che però cadeva tra Gennaio e Febbraio, in sostituzione della ricorrenza pagana dei Parentalia. La tradizione religiosa infatti commemorava non solo i propri morti, ma anche tutti coloro i quali erano morti nel diluvio universale, che, secondo i testi sacri, avvenne “il diciassettesimo giorno del secondo mese”. Ma nel 998 d.C. la chiesa cattolica cambiò date, e la commemorazione dei morti venne spostata all’1 Novembre, probabilmente in sostituzione di un’altra festa pagana molto diffusa nei territori, Shamain.

La cosa curiosa e poco nota, a questo punto, è che fu proprio la chiesa a diffondere l’idea degli “spiriti vaganti”. Nell’Enciclopedia Britannica leggiamo:

La celebrazione si basa sulla dottrina che le anime dei fedeli che alla morte non si sono purificate dai peccati veniali, o non hanno espiato le colpe passate, non possano raggiungere la Visione Beatifica, e che possano essere aiutate a conseguirla mediante la preghiera e il sacrificio della messa.

Insomma, a quei poveri contadini dell’alto medioevo veniva detto che non tutte le anime dei loro parenti erano riuscite ad arrivare in paradiso, rimanendo bloccate li, nei loro corpi. Andavano quindi aiutate con la preghiera, con la messa, e con le ingenti indulgenze che di li a poco provocheranno il più grande scisma della chiesa occidentale.

Il cimitero oggi

Tenete a mente che non esistevano ancora i cimiteri. I cadaveri delle persone comuni venivano sepolti in casa, nei terrenti da coltivare, o in alcuni casi in grandi fosse comuni. Solo alcune città erano dotate di catacombe o simili, mentre le famiglie più abbienti potevano optare per le sepolture delle chiese, o delle cripte di famiglia. Era una cosa normalissima fino a qualche secolo prima, quando il culto per i defunti era decisamente diverso e non prevedeva il rituale della salma.

Immaginate, dunque, un contadino dell’anno mile al quale viene detto che le anime dei propri cari non sono ancora in paradiso, ma li dov’è il corpo: in quattro e quattr’otto ci si immagina di avere la “casa infestata”, e si immagina che ogni luogo sia così. La ricorrenza dunque assume un valore enorme, in quanto non solo permette all’anima di raggiungere il paradiso, ma anche di liberare case e strade dagli spiriti, che all’epoca facevano davvero paura anche ai più eruditi.

Il timore per queste anime vaganti venne diffuso anche in Calabria, dove – così come in tutte le altre regioni del Sud – si mischiò incredibilmente con i culti pagani dell’epoca. Certo, il timore reverenziale verso i defunti, ma anche la consolidata convinzione che gli spiriti vadano “imbuoniti”, che non bisogna stuzzicarli.

Dalla strada

Tra le più antiche tradizioni note (oramai completamente scomparse) e diffuse un po’ in tutto il meridione, c’era l’esposizione delle ossa degli antenati: una pratica che consisteva nel recuperare il cranio del defunto pater familias per esporlo sull’uscio di casa o su una finestra. In questo modo, nel pensare comune, gli spiriti (che in vita avevano sicuramente conosciuto l’uomo) lo avrebbero riconosciuto, e non avrebbero tormentato la famiglia. Successivamente, sarebbe tornata in auge un’altra usanza, quella delle maschere apotropaiche, o dei semplici “amuleti” scacciaspiriti esposti sulle porte e sulle finestre. Un’usanza che andrà avanti fino ai giorni nostri.

Meno macabra e molto più comune, invece, l’usanza di lasciare un lume accesso. Anche questa è una tradizione romana, in quanto si credeva che ogni volta che si spegneva una lanterna, qualcuno morisse. Ritrovarsi al buio improvviso poteva esporre agli attacchi degli spiriti, e dunque, in occasione della ricorrenza dei morti, le lampade e le candele venivano lasciate accese, anche per una settimana!

Oltre alla luce accesa, si controllava bene di chiudere porte e finestre a determinati orari. La chiusura delle ante era fondamentale per impedire agli spiriti di entrare in casa: si credeva che questi vagassero in molti non solo la notte, ma anche nel primo pomeriggio. Era consuetudine quindi chiudersi dentro, almeno finché non si riteneva scampato il pericolo.

Altra tradizione romana, sopravvissuta fino ai giorni nostri e diffusa in tutta Italia, è quella di lasciare la tavola apparecchiata. Questo perché, così come vogliono le più antiche tradizioni, le anime dei defunti possono usare alcuni oggetti dei vivi, e sopratutto possono cibarsi. Si preparavano dunque i pietti preferiti dei defunti, spesso anche piatti elaborati e di lunghe preparazioni, e poi venivano lasciati li, sul tavolo, per onorare lo spirito ed ingraziarselo.

Discorso diverso invece nei paesi di origine Arbereshe: li la tradizione vuole che, il giorno dei morti, si vada a mangiare nel cimitero, spesso proprio sulla tomba del defunto. In passato si usava anche lasciare il cibo proprio in concomitanza della lapide, accompagnato spesso anche da bottiglie di vino ed oggetti vari. Usanza ben diffusa invece è quella di portare un dono simbolico, come i classici fiori o un cero, sulla tomba del defunto.

Alcuni piatti sono stati definitivamente associati alla ricorrenza. In Calabria la fanno da padrone i ceci, mentre in altre regioni si utilizzano le fave ed anche i fagioli. In Sicilia e nella bassa Calabria si usa preparare anche dei dolcetti dal nome evocativo: ossa di morto.

In tempi più recenti, l’usanza si è standardizzata, e prevede solo la classica visita al cimitero. Fino ai tempi della guerra, era consuetudine delle donne “marciare” verso il cimitero partendo dalla chiesa principale del paese, intonando le litanie per allontanare gli spiriti cattivi. Successivamente la pratica venne abbandonata, sebbene alcune anziane continuino – sorprendentemente  – i lamenti alle tombe dei propri cari.

Insomma, di certo oggi Halloween è una ricorrenza commerciale, ma è pur sempre frutto di una lunga trasformazione della tradizione popolare, che fino a non molti anni fa era ben sicura di fare cose come parlare con i morti, vederli in sogno, vederli vagare per casa e così via. La religione moderna ha subito una forte influenza delle tradizioni pagane di origine romana e mediterranea, ed incredibilmente alcune hanno resistito fino ai giorni nostri.

Molte credenze popolari sono state del tutto superate, ed un giorno sarà superata anche l’idea di dover pregare per i defunti, o per la loro anima. I morti sono morti, e di loro, in questo mondo, non resta molto. Men che meno, un’anima da liberare a suon di preghiere.

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