Dalla parte di Mimmo

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La brutta avventura di Domenico Lucano dovrebbe farci riflettere tutti. Se è vero che non esiste uomo al di sopra della legge, è altrettanto vero che la pena deve essere sempre commisurata al reato, e non all’accusa. E nella vicenda di Mimmo, arrestato – ai domiciliari – preventivamente sulla base della sola accusa del procuratore Luigi D’Alessio (accusa ampiamente smentita e contestata dal GIP, e definita zeppa di “errori grossolani”): Lucano viene accusato, ad esempio, di “condurre un tenore di vita troppo alto”. Roba da inquisizione.

Ma aldilà di tutto, due capi d’accusa restano in piedi: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (Lucano avrebbe combinato un matrimonio tra una giovane nigeriana ed un anziano del posto al fine di farle ottenere la cittadinanza) ed affidamento illecito della raccolta dei rifiuti urbani (senza gara d’appalto, bando o altro, un affidamento diretto ad una cooperativa). Due capi d’accusa pesanti, a fronte delle decine di accuse personali mosse da D’Alessio, che non trovano alcun riscontro.

La legge farà il suo corso, e staremo a vedere se Lucano ha davvero imbrogliato o meno. Se ci ha fregato tutti, con quel suo faccione che ispira fiducia, o se ha fatto solo il suo dovere. Vedremo. Quel che è certo, è che il governo ha dichiarato guerra al modello Riace: dopo avergli tagliato i fondi, costringendo alla conclusione numerosi progetti locali, hanno fatto arrestare Mimmo, per tentare di smontare definitivamente il suo operato, per tentare di far desistere gli imitatori. È un’azione politica. È un gesto riprovevole.

È superfluo dirlo, ma io sto dalla parte di Mimmo. Come dice la canzone: fatti forza e coraggio, che la galera è di passaggio.

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