“Devi avere uno scopo”

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Nel parlare con dei nuovi amici, è venuto fuori il discorso del post sulla bretella di bevilacqua, che ha generato non poche critiche online (a distanza di un anno dalla pubblicazione, ma si sa che le cose bruciano solo al momento opportuno), tanto da richiedere l’intervento del diretto interessato. I commenti sui social hanno dato modo a diverse galline da tastiera di dimostrare la propria sciatteria, e sopratutto di dimostrare, ancora una volta, di come si viva il rapporto con l’opinione – e non l’informazione – in questa città.

A parte le ridicole quanto inconsistenti minacce di querela, quello che in molti hanno cercato di spiegarmi pacatamente è: ad un occhio “esterno”, o comunque “di parte”, quando parli di “indagini” o “scandali” viene preso come un attacco personale. Condivisibile fino ad un certo punto: a me non darebbe fastidio se qualcuno, parlando di me, ricordasse i miei trascorsi con la giustizia. È storia. Acqua passata. Ma evidentemente, siamo tutti diversi, a questo mondo.

Ma torniamo al punto. Nel parlare con questi miei nuovi amici, mi è stato dato il classico consiglio che si da a quelle persone che si occupano di “cose pubbliche”.

Quando parli di queste cose però, cerca di dargli un senso, un’utilità. Dagli uno scopo. Altrimenti sono parole buttate li e basta.

Come per dire, evita di “attaccare” qualcuno se non vuoi delle rotture di scatole. O comunque, evita di tirare in ballo discorsi improduttivi, fini a se stessi.

Un consiglio prezioso, che tuttavia non può andarmi a genio: se la trasparenza è alla base di un sapere condiviso, che ben venga ogni dettagli, con annesse rettifiche e smentite. Tutti sbagliamo, e tutti dovremmo essere in grado di dimostrarlo.

L’unico scopo, qui in mezzo, è essere indipendente da tutto e tutti. E per ora, ci si sta riuscendo decisamente bene.

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