L’evento che mancava

Ú ciùcciareddu vrùscia

Nel corso degli anni, i vari programmi estivi cittadini hanno sempre proposto delle serate “tipiche”. Generalmente, si è sempre trattato di seratine a base di sasizza e tarantella, al massimo con qualche “sponsorizzazione eccellente” e con qualche “prodotto tipico” locale dell’azienda di tizio o caio. Nulla di eclatante. Per utilizzare le parole di Ernesto de Martino, per anni ci si è trovati di fronte a delle persone che hanno abilmente indossato una maschera: persone che vivono la tradizione per inerzia. Che indossano costumi – e non vestiti – tradizionali.

L’andazzo è questo, in buona parte della Calabria. Anziché riprendere e rispolverare le vere usanze popolari, si sponsorizza lo stereotipo. E va a finire che un territorio come quello Crotonese si sia ritrovato, nell’arco di poco meno di mezzo secolo, privo di usi e costumi propri: basta vedere un qualunque evento organizzato negli ultimi anni per notare moltissimi grossolani errori (dai “costumi” femminili, che raramente corrispondono a quelli di una volta, alla salsiccia al peperoncino che è diventata addirittura “millenaria”). Ancor più grave, la mancanza di punti di riferimento locali ha fatto si che l’immagine della Calabria si sia cristallizzata attorno a determinate cose. Cose più che altro moderne, che non appartengono al folklore popolare.

Per dirla in un altro modo, a Crotone non c’era più alcuna festa popolare. Certo, c’è la Festa della Madonna con relativa fiera, e le varie festività cattoliche. Ma le varie cose caratteristiche e peculiari del posto – come la gloria, o l’usanza delle strine – sono andate perdute nel corso degli anni. Zampogne, organetti, tamburelli, lire e chitarre battenti sono gradualmente scomparse dalla circolazione, tacciati di essere strumenti retrogradi, vecchi, inappropriati, e relegati a questo o quell’evento. Anche i vari gruppi di musica popolare sono andati via via scomparendo, e la tarantella “cutrunisa” non si sa più come suonasse.

A mettere una gran pezza a questa triste mancanza, è arrivato l’Arenaria Festival. Alla sua prima edizione, svoltasi dall’8 al 10 Settembre 2017, si può riassumere il tutto come un piccolo grande successo. Appena qualche mese fa mi ero auspicato una maggiore organizzazione di eventi del genere anche nel crotonese, e per la prima volta ci si è trovati di fronte ad una tre giorni di vera cultura popolare. O, perlomeno, di vere usanze locali.

Mi è sembrato assurdo che ragazzi della mia età, ma anche adulti e meno giovani, non conoscessero cose come i gigantiss, o come il ciuccio. Ma ancora più assurdo è stato notare l’estraneità a certi strumenti, come la lira (non troppo usata nel crotonese, ma molto presente nel basso marchesato), bollata come “piccolo violino” o “strana chitarra”. Un’estraneità indicativa del grado di alienazione che noi stessi abbiamo della nostra regione. Regione che associamo principalmente al cibo, chiamandolo anche male.

Eventi del genere servono. Non solo ai turisti, ma anche agli stessi cittadini. Non c’è bisogno della sagra di paese o dell’evento in piazzetta, c’è bisogno di concrete attività di riscoperta e di rivalorizzazione. Non basta suonare “una tarantella” o indossare “un costume”: la Calabria, per quanto piccola, è vastissima. Ed ogni luogo ha la sua storia, la sua particolarità, che non và repressa e sminuita, e neanche ingigantita e montata. Va semplicemente riscoperta e valorizzata.

L’Arenaria Festival è riuscito in questo. Ha preso tre realtà locali e le ha messe insieme, in sequenza. Non ci ha mostrato quel volto standard che ci viene spesso propinato e proposto come “tipico” o “locale”: ci ha mostrato tre realtà della nostra regione, tre “usi”, tre peculiarità. Li ha messi insieme, e ci ha restituito un programma ricco e fedele a quello che si può osservare nei rispettivi paesi di provenienza. Semplificando, ha fatto le cose per bene.

Abbiamo bisogno di più Arenaria Festival, a Crotone. Per farci conoscere al mondo, certo, ma anche per riscoprirci un po’.