Ragionamenti di parte

Elementa juris criminalis, 1794

Avrete sentito tutti quella storiaccia dello stupro di Rimini. Anzi, degli stupri, dato che c’è finita sotto anche una trans peruviana, ma la narrazione pare essersi cristallizzata principalmente sulla coppia Polacca. Aldilà del gesto compiuto, la vicenda ha avuto molto eco per via degli stupratori, in questo caso un “branco” di immigrati.

Non bisogna stupirsi del fatto che, in un paese come l’Italia, l’opinione pubblica non ha perso tempo a farne una questione razziale. Un po’ tutti se la sono presa con il negro-di-turno, tra accorate invocazione all’espulsione a calci in culo, alla castrazione chimica, e varie accuse assortite. Ad aggravare la ferocia del popolo, il fatto che quel presunto capobranco, poco più che ventenne, fosse sbarcato in Italia da qualche anno, ed avesse ottenuto addirittura il permesso di residenza per “motivi umanitari”.

Snaturando la vicenda, possiamo notare come il giudizio popolare nei confronti di tali avvenimenti sia fortemente influenzato dalla provenienza di chi subisce/effettua un crimine. Si tratta di un campanello d’allarme non indifferente, che indica il fatto (palese a tutti, ma sempre messo in secondo piano) che non ci percepiamo come “tutti uguali”. Aldilà delle considerazioni di “unico popolo” o “tutti fratelli e sorelle”, nei fatti l’essere “Italiano” o l’essere “straniero” provoca reazioni distinte e contrastanti, anche di fronte a reati simili.

Di fronte a certe situazioni, dovremmo avere una sola richiesta: quella di consegnare i colpevoli alla legge. Alla legge Italiana. Perché di fronte alla legge siamo tutti uguali, e vale il concetto semplice e giusto del chi sbaglia paga. Sembra una banalità, ma è in questo passaggio che si denota l’apertura o la chiusura mentale di un popolo: solo il retrogrado, chiuso e asserragliato dalle sue idee, chiederà l’espulsione dello straniero, convinto di fare la cosa migliore. Perché il retrogrado non intende lo straniero come ogni altro cittadino, e preferisce “mandarlo via” anziché punirlo.

Dovremmo iniziare ad intenderci come un unico “popolo”, non per tradizioni e culture, ma per il semplice fatto di vivere contemporaneamente su questa terra. E di fronte a sciagure come queste, dovremmo essere compatti a chiedere giustizia, a chiedere una condanna per chi sbaglia, e sopratutto a chiedere un giusto processo di reintegrazione. E invece, siamo qui a chiedere “espulsioni”, a chiedere le soluzioni più improbabili, che allontanano il problema senza arginarlo. E sull’ondata della deriva xenofoba, partiti e movimenti politici cavalcano “l’invasione” degli stranieri come un problema da evitare e risolvere.

Davanti alla legge saremo anche tutti uguali. Il problema è che non siamo “popolarmente” uguali. Ci si continua ad odiare per rivalità calcistiche… figuriamoci per il paese di provenienza.

Aggiungo: se volete qualche dato in merito alla presunta “emergenza stupri”, trovate questo completissimo post di Michela Piovesan.