Quel che resta

Oggi ricorrono gli ottant’anni dalla morte di Antonio Gramsci. Una data sottotono, poco celebrata e scarsamente ricordata anche dai vari circoli Comunisti. Sono passati 80 anni in fondo, ed ora come non mai inizia ad essere necessario fermarsi un attimo per fare un bilancio: cosa resta, oggi, del pensiero di Gramsci?

Poco e nulla. Nonostante l’incredibile attualità del suo pensiero sociale, oltre che politico, non si può far altro che confermare le tristi voci che già nacquero a pochi giorni dalla sua morte: il pensiero di Gramsci è finito nell’urna assieme a lui. Una considerazione amara ma quanto mai vera.

Un’assurdità della nostra storia, il fatto che Gramsci non sia celebrato. Gramsci, che venne condannato a vent’anni di reclusione dal Tribunale Speciale Fascista per mano di Michele Isgrò, che nel condannarlo disse soddisfatto: “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”. Gramsci, che nonostante la prigionia riuscì ad elaborare il suo pensiero, e a divenire non solo un modello per i Comunisti Italiani ma addirittura un esempio per quelli all’estero. Gramsci, che tartassato dalla malattia non venne mai scarcerato per timore di una sua fuga, e che nonostante la libertà vigilata concessa venne “graziato” appena sei giorni prima di morire. Un funerale modesto, semplice, a cui non partecipò nessuno.

E c’è di più. Perché Gramsci non è solo quello della consapevolezza di classe e dell’egemonia culturale. Gramsci era quello che considerava tutti gli uomini come intellettuali, che odiava il capodanno, che si opponeva alla visione “fatalistica” del Marxismo. Ed è questo il tratto caratteristico di Gramsci che non si considera mai. Ci si dimentica che Gramsci era contrario agli scissionisti ma anche agli unitari, perché entrambi portavano allo “sfacello” del partito anziché al dibattito. Ci si dimentica che Gramsci, elaborato il suo pensiero sull’egemonia, considerava il popolo come composto da scimmie, ossia disposto a seguire chiunque per via della costante perdita di “importanza sociale”, situazione che poi determinava anche la classe politica (definita come specializzata in “cretinismo parlamentare”).

Basta fermarsi un attimo per vedere due grandi temi d’attualità: le scissioni della sinistra e l’avanzata dei populisti. Gramsci non era di certo un veggente, ma capì perfettamente quei meccanismi sociali che stavano alla base di certe situazioni, e che sono gli stessi ancora oggi. Il lato amaro della vicenda sta tutto qui: tutti i grandi nomi del pantheon Marxista sono stati eletti a figure storiche di rilievo, tranne Gramsci. Ancora oggi si studia principalmente la storia del Comunismo Italiano saltando da Marx a Togliatti, e relegando Gramsci ad un misero paragrafo sull’Egemonia. Un paragrafo che non basta.

Gramsci, prima che Comunista, andrebbe riconosciuto come filosofo, come pensatore, come sociologo. Così come è stato fatto con Marx, Gramsci non dovrebbe essere limitato ad una visione Comunista della storia. Gramsci è stato prima di tutto un libero pensatore, e per comprendere meglio questa Italia ci sarebbe bisogno di studiarlo un po’ di più, oltre al suo lato politico.

A parte La Stampa, ai grandi quotidiani la ricorrenza non interessa, anche perché probabilmente non interessa ai rispettivi lettori. Ma va bene. Sul sito del PD non se ne parla, perché siamo in periodo di primarie, e forse anche li non interessa più di tanto, nonostante tutto. Ma la cosa grave è la mancanza di riferimenti nei vari circoli “comunisti”, evidentemente più dediti a passerelle mediatiche contro questo e quello.

L’indifferenza è il peso morto della storia.