I veshje delle vallje

I bukur!

In questa foto ci sono quattro donne sposate. È inutile cercare di contare i giovanotti agghindati per le nozze, così come è inutile mettersi in testa strani calcoli. Basta osservare un po’ meglio, e notare le differenze tra i vari vestiti.

Di tutta la celebrazione, due cose mi hanno particolarmente colpito della feste delle Vallje: prima di tutto le vjershë, i canti tipici dai ritmi quando allegri e quando lenti, con un uso della voce incredibilmente toccante; e poi, ovviamente, i veshje, ossia gli abiti tipici particolarmente elaborati, specialmente quelli femminili.

Pur rifacendosi chiaramente alla tradizione Albanese (con tutte le contaminazioni e le similitudini che potete notare), l’abito femminile, chiamato anche kostum, è un qualcosa di veramente particolare. Se ad una prima vista vi possono sembrare tutti uguali, è perché gli abiti richiamano delle precise immagini e simbologie, che spesso passano in secondo luogo per via dei festeggiamenti. Non parliamo quindi di “abiti stampati in serie e quindi tutti uguali o simili”: no, parliamo di abiti artigianali che riprendono tutti gli stessi simboli. Una cosa ben diversa.

Prima di entrare nel merito del discorso, una doverosa precisazione: questi sono abiti “da gala”, quindi usati in festività e ricorrenze particolari. Non vanno confusi con l’abbigliamento quotidiano, molto più semplice, modesto e povero. In particolare, questi abiti si usavano nelle festività religiose (Natale, Pasqua), o durante i matrimoni, battesimi, cresime e, in alcuni casi, i funerali. Discorso diverso invece per i costumi maschili, che ripropongono un abbigliamento del tutto simile a quello quotidiano, ancora oggi, di numerose zone contadine tra i Balcani e la penisola Ellenica.

E la differenza è sostanziale: mentre il vestito dell’uomo è composto al massimo da 5/6 indumenti, quello femminile è composto da un minimo di 6 pezzi. Tutti finemente lavorati, e vestiti con un preciso ordine. Ne risulta un abito sgargiante, dai colori accesi, tanto elaborato quanto pesante da portare. I colori, appunto, diversi per ogni comunità Arbëreshë.

Xhipuni
Xhipuni e Keza

I pezzi del  vestiario invece sono riconosciuti con i loro nomi tipici, non sempre uguali in tutte le comunità: la linja, la sutanjeli, la kamizolla, la skolla, il xhipuni e la keza. Confusi? Forse un breve video può aiutare più di mille intricate spiegazioni. Fatto sta che questo costume si compone di ben tre gonne, una camicetta, un corpetto ed un raccoglitore per capelli. A questa composizione “standard” si possono unire numerosi altri pezzi: se a Civita il vestito è composto da sei pezzi, a Firmo ad esempio è composto da ben 14 pezzi!

Tutti i ricami venivano fatti con fili d’oro, per marcare il valore degli abiti ed anche delle famiglie: per questo motivo, molti vestiti sono stati tramandati mentre altri sono spariti nel nulla. A detta di una ragazza, un costume completo può arrivare a pesare la bellezza di 6kg, se non di più. I ricami occupano gran parte del vestiario: oltre alle decorazioni in tulle o in pizzo, sulla gonna esterna vengono rappresentate le fantasie più svariate (foglie, stelle, ghirigori, semplici croci e così via), così come anche sulla keza (il pezzo di vestiario che più mi è piaciuto).

Discorso a parte invece per il xhipuni (che si pronuncia ghippùni, spesso tradotto come gippùni). Questi corpetti hanno tutti la stessa fantasia, sulla schiena, resa in modi simili: tre strisce d’oro che vanno a formare una sorta di grande T. Non è un disegno casuale, dato che è una stilizzazione dell’aquila bicipite, da tempo immemore simbolo distintivo dell’albania. Non l’avevo capito da solo, ma effettivamente, vedendo il ricamo, è abbastanza ovvio.

Un altro particolare del vestito femminile è dato dal fatto di essere rinforzato all’altezza della vita, dei fianchi. Serviva a dare l’immagine di un corpo pronto al parto, accentuato dal corpetto molto corto. In seguito, questo è diventato un elemento distintivo di tutti gli abiti, e non solo quelli dedicati alle spose. Oggi, questi vestiti sono creati seguendo una sorta di “standard” piuttosto simile anche tra i vari paesi Arbëreshë,  ma in passato erano anche molto, molto, molto diversi.

Ad ogni modo, queste piccole comunità, sempre più piccole e circoscritte, hanno un grande merito: riescono a mantenere viva una tradizione secolare con uno spirito semplice e vivo. Parlando arbrisht, tramandano lingua, usi e costumi. Una cultura.

Questi piccoli centri, circa una cinquantina in tutta Italia, riescono ancora oggi in un’impresa titanica. Anche in questo, dovremmo prendere esempio da loro.