Ù Pascùne

Pasquetta nei pressi di Papanice, anni ’50

Vicini o lontani, la Pasquetta si festeggia un po’ ovunque, e stasera siamo tutti appesantiti dall’abbondante pasto diluito nel corso di un’intera giornata. Leggenda vuole che questa tradizione sia nata addirittura tramite Gesù, quando questo apparve a due discepoli in pellegrinaggio invitandoli per una passeggiata fuori dalle mura di Gerusalemme. Da qui, l’usanza di spostarsi fuori città per il Lunedì dell’Angelo.

In Calabria la tradizione della Pasquetta ha una dimensione tutta sua, a partire dal nome: viene chiamata pascùne. Il motivo è presto detto, e riguarda una semplice allegoria: la giornata di Pasqua (detta anche Pàsca in alcuni paesi) raffigura l’ultima giornata di “penitenza”, mentre il giorno successivo è considerato quello in cui celebrare la resurrezione. Il termine Pascùne, quindi, si può tradurre come “grande pasqua”, nel senso di un grande evento non più dedicato alla penitenza bensì alla felicità, visto che la radice -une viene aggiunta in genere per indicare qualcosa di grosso (omùne, casermùne, machinùne e così via), anche se c’è chi crede possa derivare dal francese Pascòre. Si è certi ormai della resurrezione del Cristo, quindi si festeggia.

In occasione di questa ricorrenza, in alcune località  del Centro-Sud si usa dire che si va “a passare l’acqua”. A Crotone questo detto è collegato al fatto che le scampagnate in genere si fanno andando verso la Sila, oltrepassando quindi il fiume Esaro. Altre teorie invece parlano del passaggio presso le vecchie fontane di San Francesco (che comunque non erano le uniche della città), o ancora di un’usanza piuttosto antica di passare dell’acqua ai piedi della Colonna di Capo Colonna, al fine di renderla “benedetta”. Ma non essendo un detto strettamente locale, queste spiegazioni non stanno in piedi.

Dall’Abruzzo alla Sicilia, il giorno di Pasquetta si andava a passare l’acqua. L’espressione, adeguata ai vari dialetti locali, è un antico modo di dire che si riferiva ai festeggiamenti compiuti per la pesach, termine che in Italiano viene tradotto appunto come passaggio o come passare oltre. Per l’appunto, secondo il racconto biblico il popolo ebraico in fuga dall’Egitto attraversò – tra le altre cose – il Mar Rosso grazie alla divisione delle acque operata da Mosè. Detta in altri termini, passarono l’acqua. Parliamo di un mito antico che resiste tutt’oggi, un miracolo che veniva adeguatamente celebrato e ricordato in occasione di quella ricorrenza che solo in seguito diverrà la nostra Pasqua, che nulla ha a che vedere con questa vicenda.

Ma la storia sembra essere rimasta “pietrificata” nel termine. Abbiamo acquisito il termine Pasqua, collegandolo a tutt’altri eventi storici, e probabilmente anche questo antico modo di dire, che probabilmente è rimasto immutato nonostante oggi indichi ben poco e non restituisca un rapido e chiaro riferimento ad alcun fatto storico, tanto che in ogni luogo si ipotizza che il “passare l’acqua” sia riferito all’oltrepassare fiumi e/o laghi locali, o addirittura mari e oceani.

Bisogna dunque smentire, ad onor del vero, le varie voci che vorrebbero l’espressione “jàmu a passàri l’acqua” come tipicamente Crotonese. Tuttavia, una curiosità locale c’è: si riteneva che con la Pasqua arrivassero i primi stormi di Capovaccai, particolari uccelli piuttosto presenti nel Marchesato Crotonese. Per questa coincidenza cronologica, i volatili venivano indicati con il nome di Pasqualìa.

E c’è di più. Chi di voi si ricorda il piatto tipico crotonese di Pasqua? No, non è la grigliata mista: è la frittata con ricotta, salsiccia e asparagi. Bella leggera 😎