La “rumorosa” Pasqua di una volta

La Domenica delle Palme in Piazza Duomo.

Le usanze popolari in vista della Pasqua sono profondamente cambiate nel corso degli anni. In meno di mezzo secolo si è perso quasi completamente un corredo di tradizioni secolari, se non millenarie, soppiantate dai riti più comuni e facilmente riconoscibili. Tradizioni ampiamente diffuse praticamente in tutto il centro-sud, dall’Abruzzo alla Sicilia, e che oggi resistono solo in alcuni piccoli centri.

Crotone (e buona parte del suo circondario) rientra nella lista di chi si è completamente dimenticato queste usanze. Tolto qualche veterano che conserva memoria dei vecchi riti e dei vecchi usi, la maggior parte della popolazione non ha più dimistichezza con certi nomi o con certi oggetti, né conserva tracce di memoria da parte di parenti o amici. Insomma, i più se ne sono dimenticati.

Le tradizioni pagane vennero quasi del tutto estirpate tra gli anni ’60 e ’80, specialmente nei grandi centri abitati del sud. La chiesa educò gradualmente la popolazione a disfarsi delle vecchie usanze, da considerarsi come retaggi del passato, impiantando nuovi usi e costumi in quella che è la “classicità” delle ricorrenze. Specialmente in alcuni centri del Sud, queste vecchie usanze vennero tacciate come “retrograde”, e caricate dunque di un maggiore senso di negatività: non erano solo pagane e quindi sbagliate, ma anche barbare, poco consone  al comportamento della gente di città.

Tralasciamo per un attimo la celebrazione moderna, fatta di chitarre, bonghetti e tamburelli, e abbellita con ramoscelli d’ulivo e foglie di palma. Facciamo un salto nel passato, per recuperare quei festeggiamenti fatti a suon di tròccole, crepitàcoli, tòcca-tòcca, tiritòcchita, zìrri e tréne, in quella che era la lunga attesa per la gloria.

Partiamo da un assunto: il suono è da sempre uno strumento per allontanare il male. Al pari del fuoco e della luce, il suono ha una funzione ed un uso apotropaico, scaramantico, ed infine anche sacro. Serviva ad allontanare gli “spiriti maligni”, a spaventarli e a farli scappare, e per questo motivo molto spesso si trattava di suoni grezzi, poco elaborati. I sonagli, che oggi usano i nostri bambini, una volta avevano anche questo scopo protettivo.

Perché questa premessa? Perché in tutto il centro-sud è certo un ampio uso di questi strumenti nel periodo della Settimana Santa. Chiamati in vari modi, in lingua Italiana parliamo di tròccoli, crepitàcoli, bàttole e raganélle, che si presentano con fatture e suoni diversi anche a pochi chilometri di distanza. Questi strumenti non dovevno produrre un suono gradevole ma solo fare rumore, e per questo erano molto spartani, composti solo da legno e, qualche volta, latta e/o ferro. La loro invenzione è fatta risalire ad Archita da Taranto, esponente della Scuola Pitagorica che ebbe come maestro Filolao. Insomma, una figura in qualche modo legata all’antica Kroton.

Questi antichi strumenti, esistenti almeno dal IV-III Secolo a.C., venivano inizialmente usati come dei semplici giocattoli, e solo successivamente gli venne attribuita una funzione protettiva. Come hanno fatto quindi a legarsi esclusivamente alle festività pasquali? Per una semplice coincidenza: dal Giovedì Santo alla Domenica di Pasqua le campane delle chiese non suonano, dato che vengono fermate a lutto per la morte di Cristo. Venendo a mancare il suono della campana, che fungeva anch’esso come anatema, la popolazione si adattò producendo i suoni necessari per scacciare gli eventuali spiriti che si sarebbero potuti avvicinare. Un fantastico mix di credenze, tipico di quella che era la religiosità fino al tardo dopoguerra.

I fedeli dunque, con la loro rumorosità, si sostituivano al suono delle campane. Dove non arriva il sacro, arriva il profano. Col passare degli anni, non servivano più particolari strumenti: bastava solo fare del rumore. C’era così chi colpiva con un legno il materasso, chi sbatteva le posate sul tavolo, chi picchiava con un bastone un angolo di muro o una porta in ferro. Una tre giorni di casino, rumori e sicuramente forti mal di testa. Il tutto in attesa della gloria, anche detto u sciùddjamentu, ossia del momento in cui le campane ricominciavano a suonare. La gloria altro non è che il Sabato Santo, precisamente è quel momento della serata (con orari variabili da chiesa a chiesa) in cui viene annuncita la resurrezione del Cristo.

In vista di questa particolare occasione, a Crotone (e probabilmente in molti altri centri) venivano preparati dei lunghi cordoni composti da ferri vecchi, pentole, lattine, barattoli e latte varie. Queste corde venivano legate attorno ad una persona, come una cintura, o venivano tirati a mano. Al momento del suono delle campane questa doveva mettersi a correre, mentre altre persone cercavano di staccare dei pezzi del suo cordone con dei bastoni. Un’usanza particolare, scarsamente documentata e di cui nessuno sembra ricordare nulla, ma che ebbe luogo in città almeno fino al ’65. Pare addirittura che i diversi rioni del centro storico si organizzassero per realizzare i cordoni più complessi e lunghi, in una sorta di gara. Il tutto si svolgeva in Piazza Duomo, nell’arco di qualche ora, mentre altri spettatori continuavano a “suonare” i vari strumenti per festeggiare (stando attenti a non beccarsi qualche bastonata).

Una vera e propria esplosione, travolgente, che mischiava antiche usanze popolari alla festività religiosa. Mentre ancora oggi si festeggia, in alcuni paesi, con i vari strumenti musicali già citati, è andato completamente perso l’uso di realizzare queste corde, e più in generale l’uso di fare rumore nell’attesa che le campane ricomincino a suonare. Il rumore, tuttavia, è stato sostituito con i canti rituali e delle varie comunità.

In appena cinquant’anni ci siamo completamente dimenticati di questa particolare usanza. Un’usanza che coinvolgeva tutti, e che si svolgeva in pieno centro città. Era un appuntamento fisso, noto, che prima é scomparso dal nostro calendario, e poi é scomparso dalla memoria collettiva. Uno dei tanti tratti tipici che abbiamo perso, per incuria o per inerzia, nel corso del tempo.

E che ci dimentichiamo sempre di ricordare, quando parliamo del nostro passato.