Tra sbrirri e ‘ndranghetisti

Sta montando una grande polemica per via di alcune scritte apparse a Locri: “Don Ciotti sbirro”, “Siete tutti sbirri”, “Meno sbirri più lavoro”. Le scritte sul muro del vescovato sono apparse subito dopo una grande manifestazione di Libera, che ha coinvolto diverse migliaia di persone. Grande indignazione ovviamente, e sono partiti subito i soliti messaggi contro la ‘ndrangheta e gli ‘ndranghetisti, su social, televisioni e giornali, con tanto di slogan, “Siamo tutti sbirri”.

Poco importa di chi abbia fatto realmente quelle scritte. D’un tratto, la ‘ndrangheta diventa un’entità capace di intendere e di volere, e non ci sono dubbi sul fatto che sia stata lei. Anziché bruciare i raccolti, distruggere mezzi o sparare alle serrande, questa volta hanno optato per una “terribile”, “oscena”, “brutale”, “infamante” scritta su un muro. L’associazione pare quanto mai logica, e l’ondata di indignazione è assicurata. Quanto meno a parole.

In Calabria non siamo tutti sbirri. Anzi, non siamo per nulla sbirri. A fronte dell’ampia partecipazione alla manifestazione di Locri, i quasi due milioni di abitanti della regione vivono in una condizione di collusione/indifferenza alla ‘ndrangheta. Attenzione però a pensare alla ‘ndrangheta come il boss che gira nel paese e controlla tutti e tutto. L’idea romanzata della ‘ndrangheta (e della mafia in generale) resiste nell’opinione pubblica, ed è alimentata anche da una certa narrazione tossica degli eventi.

Non ci si pensa nemmeno ad una mera ritorsione di un privato, o a fare una distizione (necessaria) tra la semplice ciminalità e la criminalità organizzata. No, quello che succede è quasi sempre opera “della mafia”, o vi è collegata in qualche modo. Questa parola, mafia, è diventata talmente di largo uso da essere oramai impiegata anche in ambiti di “semplici” reti criminali. E’ diventata un’associazione ovvia, ma per nulla corretta.

Mentre noi pensiamo alla ‘ndrangheta che scrive sui muri, non badiamo a quella che si prende appalti un po’ ovunque, ai monopoli di slot machine e centri scommesse, al traffico di armi, di droga e di persone. E non ci badiamo ogni giorno. Per questo non siamo sbirri, neanche lontanamente: una scritta sul muro la vediamo tutti, ma le indagini si fanno seguendo prove e piste invisibili. E nessuno si prende la briga di farlo, nel suo tempo libero, a meno che non sia un diretto interessato.

E certe volte, neanche i diretti interessati lo fanno. Parlo proprio degli sbirri. E’ innegabile il grande impegno delle forze dell’ordine in terra calabra, tanto che ogni operazione viene presentata come “importantissima”, fondamentale”, e sopratutto “riuscita”. Abbiamo imparato a leggere parole come “decapitato”, “decimato”, “estirpato”, in ogni comunicato che parla di ‘ndrine e cosche. Eppure, ‘ndrine e cosche sono ancora qua.

Emblematiche le parole dell’appuntato che ha parlato subito dopo l’arresto di Santo Vottari, a San Luca. Latitante da otto anni, Vottari era semplicemente “nascosto” a casa sua, nel suo paese, non troppo distante dalla stazione dei Carabinieri. Tant’è che lo stesso appuntato ha detto, goffamente, che “si sa, i latitanti non si spostano mai lontano da casa“. Un’ammissione di colpe, o peggio ancora di collusione.

Un elemento spesso non considerato, in terra calabra, è proprio questo: la ‘ndrangheta (quella vera) vive in una zona grigia. Si sa e non si sa, si dice e non si dice, si intuisce e non si intuisce. I nomi si sanno, ma non si dicono. Ed è una cosa che facciamo un po’ tutti, giorno dopo giorno, nel vivere qui. Associare la ‘ndrangheta ad una scritta su un muro ci può stare, a patto di non dimenticarsi tutto il resto.

E nessuno fa blocco, quando non ci sono queste manifestazioni organizzate.