Problemi di lista

Attenzione attenzione: un programma della Rai ha pubblicato una lista di sei motivi per cui “scegliere” una donna “dell’est”, e sta succedendo un finimondo. I commentatori sono scatenati, e si scagliano dapprima contro la presentatrice, poi contro la Rai, poi contro le “trasmissioni pubbliche” e dunque contro il “servizio pubblico”, ed ovviamente contro questa “oscena” lista, con tutti i motivi annessi e connessi.

Siamo alle solite, e come sempre è partita la crociata contro qualcosa-di-stupido detto o mostrato in qualunque programma televisivo. Tra chi si chiede perché dovrebbe pagare il canone per sentire la Perego dire certe fesserie e chi si dedica ad affrontare il solito discorso della “donna oggetto”, nessuno sembra fare caso alla più ovvia banalità: sono in molti (moltissimi) a pensare le cose scritte in quella lista.

I programmi del servizio pubblico sono rivolti, manco a dirlo, a tutti. Guardatevi intorno: volete farmi credere di non aver mai sentito qualcuno dire qualcosa di simile? Il “pubblico” è fatto da tante persone, spesso molto diverse da noi. La lista, per quanto infelice, è una chiara rappresentazione di quello che in molti pensano, o danno per vero, riassunta in sei punti per altro incredibilmente astratti e opiniabili (tralasciando i commenti a sfondo sessuale, davvero credete che nei pressi dei Carpazi o dei Balcani non si usino i piagiami?).

Le liste-dei-motivi sono, quasi sempre a prescindere, delle mere stupidaggini. Sono dei riassunti, nati dal pensiero comune riguardo ad un determinato argomento trattato in modo molto generico, in questo caso le “donne dell’est”. Senza entrare nel merito del programma televisivo (che non seguo, nè conoscevo prima di oggi), non dovremmo star qui a discutere di “cosa fanno vedere in Rai”, ma dovremmo star qui a parlare degli stereotipi, ancora presenti e ben radicati, tanto da poter essere riassunti addirittura in una lista.

Esporre quello che molti pensano non è sbagliato, anche se può essere sbagliato quello che molti pensano. Bisogna però prenderne atto, e non dare tutte le colpe a produttori, dirigenti e presentatori. Vale il vecchio adagio: ambasciator non porta pena.