Vandalismo sociale

La bella fontanella posta di fronte all’ingresso del cimitero, quasi a scrutare il mare, non ce l’ha fatta. Rientra anche lei nelle numerose opere pubbliche vandalizzate in città senza un apparente motivo, così come fanno notare in un comprensibile sfogo su WeSud. Rientrano nella lista tutti gli oggetti di arredamento urbano, ma anche autovetture di privati, e certe volte anche delle edicolette votive a memoria di un defunto. Di tutto e di più.

Certi abitanti di Crotone (e del circondario) non hanno nulla da invidiare a quell’antico popolo che saccheggiò Roma. Nel vero senso del termine: non è un vandalismo da complesso di inferiorità, bensì un atteggiamento distruttivo in quanto tale. Un vandalismo acido, sociale, avallato certamente dalla consapevolezza di essere impuniti, ma sopratutto dalla mancanza di considerazione per ciò che ci circonda. Non vi è solo una palese mancanza di educazione civica, ma anche una più generale incomprensione del concetto di “bene comune”, tant’é vero che i vasi e le piante rubati la scorsa estate da un po’ tutto il centro saranno sicuramente finiti in qualche giardino privato.

Questo atteggiamento però non è figlio solo della cattiva educazione (a livello familiare ed anche scolastico, ma principalmente familiare), ma nasce dalla scarsa considerazione che si ha del luogo dove si vive. Dal concetto che “tutto è una merda”, espresso e ripreso a varie gradazioni specialmente dagli stessi abitanti del posto. Perché se è vero che qualcuno l’ha rotta la fontanella, è altrettanto vero che nessuno si sognerà di aggiustarla, nè tanto meno di metterci un euro di tasca propria. Perché in fondo “non è cosa mia”.

Il bene comune qui è un concetto molto relativo, che è più simile all’oramai “classico” musicale “what is mine is mine, what’s yours you share“. E non si pensi ai vandali come a “giovani vitelloni” o giovanissimi: spesso e volentieri infatti questi soggetti sono adulti e vaccinati, e non di meno anche gente anziana. Paradossalmente, se “ai giovani” manca il senso di appartenenza ad un luogo, e annesso senso di tutela, da qualcuno dovranno pur averlo appreso. La noncuranza è una cosa che si tramanda, e ci si abitua rapidamente al fatto di “fregarsene”. E’ più facile voltare le spalle e lasciar perdere. E poi nessuno ti dice niente, perché il concetto di “fregarsene” lo condividiamo un po’ tutti.

Insomma, il nostro è un terreno fertile per comportamenti di questo tipo. E’ vero, a Crotone ci sono un centinaio di telecamere di videosorveglianza, anche se poi non tutte sono usate allo stesso modo, e di certo un po’ di vigilanza (che non è controllo) non fa male a nessuno. Tuttavia, finché non cambieremo questa “leggerezza” con cui si affrontano i danni ai beni comuni, sarà una misera vittoria di Pirro. Sarà giusto uno spot, che andrà bene fino al prossimo atto di vandalismo, alla prossima “indignazione a comando”. Tanto per dire: al Cimitero non ci abita nessuno, ma a Piazza Padri della Patria si. E la piazza è frequentata specialmente da ragazzi del posto, così come “Piazzetta Padre Pio”.

Ma da noi i comitati di quartiere quasi non esistono. E’ difficile rappresentare un condominio, figuriamoci un quartiere! Anzi, spesso i “comitati” compaiono rapidissimi solo quando sono in cerca di firme per qualcosa. Un uso e consumo del tutto identico a quello che si fa del bene comune.

In conclusione, è anche vero che certe cose accadono per via della crisi economica: da che mondo è mondo, sappiamo che le periferie e le zone ad alto tasso di povertà sono soggette all’incuria (nonostante alcuni modelli virtuosi degli ultimi anni). Ma la crisi economica non foraggia i vandali a distruggere tutto, bensì annienta in loro il concetto di “bene comune”, da cui consegue l’atto di vandalismo. Paradossalmente, se  ci pensiamo, ricorderemo che i nostri nonni (o gli antichi) erano soliti a conservare tutto al meglio, nonostante la povertà. Non avevano un’indole distruttiva, ma tutelativa. Oggi invece succede l’opposto, ed una fontanella non è più vista come un bene, ma solo come un qualcosa che non ci appartiene: se c’è bene, se non c’è va bene uguale.

Si avverte sicuramente “l’esigenza di un risveglio sociale ed economico e culturale”, ma non solo. Si avverte la necessità di un’identità forte. Un’identità fatta di appartenenza, di collaborazione, di consociativismo, di attività sociali. E non parlo di un’identità fascista, falsa, ma di un’identità storica, e dunque culturale. In pochi oggi sono orgogliosi di essere di questa città: domandatelo a dieci dei vostri amici, e poi tirate due somme.

Un popolo senza identità è un popolo indifeso. Da chi? Da se stesso.