Se manca il monitoraggio ambientale, ci colpa anche la Regione Calabria

Antonella Rizzo
Antonella Rizzo

Continua senza sosta l’ignorante battaglia per tentare di bloccare le prospezioni geologiche al largo delle coste calabresi. Dopo le catastrofiche paure di alcuni esponenti politici (M5S e Possibile), smentite nella loro stessa conferenza, e dopo la presa di posizione piuttosto netta di Ugo Pugliese, si tira nuovamente in ballo Antonella Rizzo, Assessore Regionale alla Tutela dell’Ambiente.

L’Assesore ha infatti scritto una lettera al Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti chiedendo addirittura la revoca delle concessioni, perché sarebbero vicine a degli impianti di cui non conosciamo l’impatto ambientale e che non avrebbero, per altro, una Valutazione di Impatto Ambientale (che sono due cose diverse, ora ci arriviamo).

L’assessore però commette un errore piuttosto comune: ha bruciato qualche tappa. Le sue paure (fondate o meno) si riferiscono già all’eventuale fase di “trivellazione”. Le concessioni invece non riguardano le trivellazioni, bensì la prospezione, una ricerca. Che senso ha, quindi, chiedere la revoca delle concessioni alla ricerca di idrocarburi, esponendo paure e timori legati alle trivellazioni?

Nessuno. Cerchiamo di fare chiarezza allora su quello che ha scritto.

Anzitutto, la richiesta di “revoca dell’autorizzazione” e di un “incontro con la Regione“. E’ difficile che il Ministero revochi delle concessioni giunte dopo anni di lavori, controlli e valutazioni (sia per d 85 F.R-.GM che d 86 F.R-.GM), anche perché la competenza oltre le 12 miglia nautiche non è della Regione. Questo limita fortemente il potere delle istituzioni locali, che sebbene possano ottenere uno o più incontri, non hanno molte possibilità di intervento, se non un ricorso al TAR. Un caso simile si è concluso nel Luglio del 2016, quando la Spectrum Geo Ltd. vinse il ricorso presentato da 9 comuni costieri dell’adriatico che volevano impedire le prospezioni. Questo perché le società hanno tutte le carte in regola (che piaccia o meno) per procedere alla prospezione dei fondali.

Passiamo quindi alla seconda affermazione, ossia al timore che le nuove trivellazioni verrebbero effettuate nei pressi di “importanti concessioni per l’estrazione di idrocarburi attive da decenni ed i cui impatti sull’ambiente circostante sono ancora oggi noti solo in parte“. Aimé, la Rizzo colpisce in pieno una delle grandi colpe della Regione Calabria, ossia la mancanza di monitoraggio ambientale. Se manca la consapevolezza dell’eventuale livello di inquinamento che riguarda i pozzi marini e le relative estrazioni, infatti, è solo perché nessuno ha mai fatto fare questi controlli. Leggiamo sul sito del Ministero (FAQ B1):

I principali enti competenti al controllo dei comparti ambientali sono le ARPA regionali (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente), organi tecnici presenti in ogni regione del territorio italiano, che, nello specifico, si occupano di verificare che i parametri chimico fisici degli impianti associati ai comparti ambientali rispettino i valori limite prescritti dalla vigente normativa in materia ambientale (una fra tutte il D.Lgs. 152/2006 e successive modifiche) e ai limiti imposti dai provvedimenti autorizzatori specifici di ogni impianto. 

Per cui, la valutazione dovrebbe darcela l’ARPACAL, che però non sembra aver mai fornito dettagli in merito. Tuttavia, è specificato che il Ministero ha disposto un laboratorio chimico su ogni struttura, che “svolge verifiche sulle emissioni derivanti dal trattamento del gas e del petrolio“. Quindi c’è da stare tranquilli? Questo noi non lo possiamo sapere per certo, senza la documentazione ufficiale dell’ARPACAL. Sappiamo solo che la pesca, la balneazione e il transito entro 500 metri sono vietati, sia per sicurezza sia per prevenzione. Magari, sarebbe ora di commissionargli il lavoro.

Si passa poi alla paura più grande, riguarante “l’estrazione di idrocarburi da giacimenti ubicati in prossimità della costa, determina sempre abbassamenti significativi del suolo, cosiddetto fenomeno noto come subsidenza”, e ci ricorda che le attuali piattaforme “non sono mai state sottoposte a Valutazione di Impatto Ambientale“. Partiamo dall’ultima affermazioni: le attuali piattaforme non ha una Valutazione di Impatto Ambientale? Nel 2006 l’ISPRA ha pubblicato un documento per definire le “Linee guida per la redazione del piano di monitoraggio”, che spiega che  “la Società richiedente”, nel nostro caso la Ionicagas, quindi l’ENI, “deve presentare all’Amministrazione un Piano di Monitoraggio volto a verificare l’assenza di pericoli per le acque e per gli ecosistemi acquatici”.

Se la società richiedente non rispetta i criteri ambientali, può vedersi negata la proroga di esercizio. Questo vuol dire che, pur mancando le valutazioni del 1973 e del 1987, le proroghe concesse a seguito del 2006 devono certificare (per legge) il rispetto delle norme ambientali. Nella proroga concessa nel 2012 ad esempio, troviamo tutte le normative rispettate. Potete consultare tutte le norme che regolamento la VIA e i relativi processi/passaggi.

Diverso il fenomeno della subsidenza, che vede dichiarazioni contrastanti e differenti. Sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, possiamo leggere che:

il Ministero dello sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentite le Regioni interessate, può autorizzare, previo espletamento della procedura di valutazione di impatto ambientale che dimostri l’assenza di effetti di subsidenza dell’attività sulla costa, sull’equilibrio dell’ecosistema e sugli insediamenti antropici, per un periodo non superiore a cinque anni, progetti sperimentali di coltivazione di giacimenti.

Che è proprio il nostro caso. I nuovi progetti sperimentali devono necessariamente aver superato un processo piuttosto severo di VIA (vengono considerate anche tutti i pareri formalmente proposti, qui trovate un esempio), che prevede anche una valutazione dell’impatto di subsidenza. E per le piattaforme che sono già state messe a dimora? In quel caso, bisogna fare riferimento all’analisi dei pozzi già svolta dal Ministero, dal CNR e dall’INGV. Tuttavia, è lo stesso professore Andrea Billi (ospitato a Crotone proprio per parlare di subsidenza) a spiegare che:

è quindi necessario predisporre un sistema di monitoraggio non solo per la megafrana, che potrebbe essere il fenomeno meno rilevante, ma soprattutto per il controllo del dissesto idrogeologico del territorio, cui la Calabria tutta è fortemente soggetta, e, in merito alle estrazioni di idrocarburi, per analizzare il fenomeno della subsidenza nel suo complesso, ovvero come risultato dell’azione contemporanea di più pozzi di estrazione, quando invece finora tale aspetto è stato tenuto in conto solo in riferimento agli effetti causati dal singolo pozzo, senza averne una visione di insieme.

Insomma, il monitoraggio degli attuali livelli di subsidenza avviene regolarmente, ma non è considerato nel suo complesso. Un bel controsenso, che mette in luce un palese limite degli istituti di controllo, e che evidenzia (nuovamente) la mancanza di controlli da parte delle istituzioni locali, che spesso non hanno neanche i mezzi adatti.

A questo punto dovremmo ribaltare la questione, e chiedere ad Antonella Rizzo il perchè manchino le valutazioni ambientali dell’ARPACAL. Inoltre dovremmo chiedere, alla Regione e al Comune, se hanno intenzione di avviare questi monitoraggi, per rendere realmente partecipa la popolazione delle reali condizioni di salute delle acque nei pressi degli impianti. Servirebbe molto sapere queste cose, perché fornirebbero un dato reale sul quale basare tutte le discussioni che si fanno. Inoltre, sarebbe anche ora: quelle piattaforme sono li da quasi cinquant’anni, ed anche se non si sono verificati problemi gravi, non possiamo di certo aspettare che accadano per avviare i monitoraggi.

Purtroppo, continuiamo a confermarci come una Regione bipolare: da una parte ci dimostriamo all’altezza e capaci di affrontare le nuove sfide e i nuovi problemi, mentre dall’altra continuiamo a trascinarci i bagagli del passato, senza mai risolverli. Anziché trattare la ricerca in mare come un tabù, potremmo essere più obiettivi, e dedicarci alla ricerca ed al monitoraggio, un po’ come si fa nelle altre Regioni Italiane. Ed è grave che, con la nostra esperienza cinquantennale, non siamo ancora in grado di affrontare la questione “piattaforme/trivelle/metano”.

Probabilmente la richiesta di revoca della Rizzo non avrà alcun seguito, proprio perché tutta la documentazione è disponibile, pubblica e articolata. L’incontro con la Regione potrà anche avvenire, ma è difficile che possa avere alcun riscontro reale, vista la mancanza di competenze. E poi, la prospezione avverà tra le 13 e le 15 miglia dalla costa, non ci certo “a cavallo del limite” come si vuol far passare.

Antonella Rizzo fà il suo lavoro, ed è lodevole la sua presa di posizione e la sua attenzione ai temi ambientali. E non sto scherzano. Tuttavia, la Calabria ha ben altri problemi, che vengono quotidianamente taciuti ed ignorati da Regione, Province e Comuni. Non sarebbe il caso di partire da li?