C’è anche dell’Osco nel nostro dialetto

Incisione in lingua Osca

I dialetti Calabresi possono vantare una vasta influenza linguistica. Molte parole che usiamo ancora oggi, quotidianamente, ci arrivano da tempi lontani, da popoli antichi e arcaici, in alcuni casi addirittura estinti.

In generale, il Calabrese (inteso come insieme dei vari dialetti) è di origine prevalentemente Latina, escludendo ovviamente i particolari casi delle zone dove si parla la Grika o l’Arbëreshë. La maggior parte delle parole che usiamo infatti sono di origine latina, dalla sua forma più arcaica a quella più recente, a cui segue direttamente in greco, presente specialmente in vocaboli e termini specifici (come cuzzupa, ad esempio). Ci sono poi le influenze normanne, arabe, francesci, spagnole, ma anche campane e sicule.

Nel nostro dialetto però è rimasta anche un’altra traccia. Una traccia antichissima, oramai quasi completamente perduta, che si è cristallizzata in una manciata di vocaboli. Parliamo dell’influenza della lingua Osca, una lingua prelatina molto diffusa nell’Italia pre-romana. All’epoca il Latino per come lo conosciamo era ancora in cantiere, e la lingua Osca era la più diffusa dopo l’Etrusco. Molte popolazioni parlavano questa lingua, e si pensa che giunse in Calabria già prima del V Secolo a.C., nonostante a consolidarne l’uso da noi furono poi i Bruzi.

Vediamo queste parole in disuso, probabilmente destinate a scomparire, e cerchiamo di fare un punto sulla situazione linguistica dell’epoca.

Ci troviamo in un arco di tempo che và dal 1600 a.C. al 500 a.C. All’epoca, le popolazioni Osce e Sannite erano già stabili in Italia, mentre si iniziavano a verificare i primi arrivi di colonie Elleniche. Storicamente, i primi ad arrivare furono gli Ausoni e gli Enotri, che giunsero esclusivamente nell’Italia meridionale. Entrambe le colonie partirono dall’Illiria (l’attuale Albania), sbarcando sulle coste della Puglia e spostandosi poi in tutto il meridione: si pensa che gli Ausoni si stabilirono in Calabria già nel XVI secolo a.C., mentre gli Enotri si stabilirono prevalentemente nella zona settentrionale della regione nel corso del XV secolo a.C..

Differentemente da quello che si può pensare, nonostante la provenienza “ellenica” questi due popoli conoscevano e parlavano più lingue, tra cui proprio l’osco. Gli Ausoni parlavano fluentemente questa lingua (oltre ad una forma di protolatino), così anche gli Enotri: lo sappiamo perché a Tortora venne rinvenuta un’iscrizione (oltre che una serie di tombe) di origine Enotra, scritta in Osco. Questo vuol dire che in Calabria, oltre ad una serie di lingue indigene oramai perdute (o semplicemente sconosciute), prima del greco e del latino si poteva comunicare in questa lingua.

A partire dal V secolo a.C. le cose iniziarono a cambiare. I Bruzi si separarono definitivamente dai Lucani, e fondarono il loro regno in Calabria, con capitale Cosenza. Discendendo dai Lucani, anche i Bruzi parlavano in Osco, che nel frattempo aveva fatto suoi alcuni aspetti del Greco (nè prese le vocali, alcuni accenti e l’alfabeto). Nel frattempo era nato l’Impero Romano, e con esso il Latino Classico, nato come “standard” per poter comunicare anche con i popoli Italici (appunto Osci, Sanniti, Lucani ecc.) annessi all’impero. In tutto ciò, sulle coste del meridione si affermava il Greco introdotto dalle nuove colonie. L’equilibrio dunque cambia, e le lingue principali diventano il Latino ed il Greco (lingua franca dell’Impero Romano, che userà sopratutto in oriente).

A partire dall’VIII secolo a.C. sempre più colonie elleniche si insediarono in Calabria, con picchi maggiori tra il XVII ed il XVI secolo a.C., dove vennero fondate tutte le più grandi polis Magno Greche. In breve tempo, la lingua principale della regione divenne il Greco, ed anche i Bruzi cedettero il passo alla lingua che già conoscevano e usavano. La convivenza tra i due popoli fù prevalentemente pacifica, e durò fino al III secolo a.C., periodo in cui l’Impero Romano giunse in Calabria.

Insomma, nonostante la lingua Osca risalga ad un periodo molto antico, ci ha comunque lasciato qualche manciata di vocaboli che non hanno equivalenti in Latino. E’ strano, perché questa lingua effettivamente venne parlata fino all’arrivo delle colonie elleniche, e nonostante sia facilmente rintracciabile nei dialetti del centro Italia è veramente incredibile che alcuni vocaboli siano rimasti anche nel nostro patrimonio linguistico. A questo punto, sarete curiosi di conoscere queste parole. Alcune le avrete sicuramente sentite e usate, altre invece vi saranno familiari solo se vivete nell’entroterra.

  • Avuzu, detto anche àvusu, àusinu o àuzinu. Indica l’Ontano Comune o Nero (Alnus glutinosa), albero molto comune nel Cosentino (Sila, Presila, Pollino).
  • Carìgghju, detto anche carìddju o carìddu. Indica il Cerro (Quercus Cerris), albero molto comune in tutta la regione. Nella parlata comune indica più generalmente la quercia.
  • Cupa. Indica una cavità, una rientranza, un fosso. Presente anche nella variabile cupone, ad indicare un luogo più profondo. Parola antichissima basata sulla radice indoeuropea kup, che vuol dire “incurvare”, e dalla quale derivano moltissimi vocaboli in tutte le lingue del mondo.
  • Pànica. Vocabolo misterioso che può indicare un pezzo di intonaco o un calcinaccio.
  • Tifa. Sta ad indicare un pezzo di terreno, una zolla. Nella parlata comune si indicano i terreni vicino a dei corsi d’acqua. Ci si riferisce anche ad una pianta acquatica, la mazzasurda.
  • Timpa. Termine molto diffuso anche nelle altre regioni, sta ad indicare una collinetta, una risalita. Presente anche nella variabile timpone, ad indicare un terreno più alto. Termine con lo stesso significato è anche Màta.
  • Ticìnu, detto anche tricìnu. Indica l’Ontano Napoletano (Alnus cordata), albero molto comune nella Sila e nella Presila.
  • Viscìgghia, detto anche visciddja o foscìgghju. Indica il Castagno (Castanea sativa), albero estremamente presente in tutto il territorio Calabrese.

Appena 8 termini, che sono giunti fino a noi e che non hanno equivalenti in greco o in latino. Così sono stati indicati questi termini nel Dizionario Dialettale della Calabria di Gerhard Rohlfs, pubblicato per la prima volta nel 1932 ed aggiornato l’ultima volta nel 1996. Questi termini ci giungono da lontano, e nella loro pronuncia (nonostante la forte personalizzazione dialettale) possiamo avere un piccolo assaggio di come si parlasse una volta.

Alcuni termini, come cupa, sono stati inglobati tale-quale nel Latino, ma hanno un’origine ben più antica. La radice kup di cui parlavo è presente in moltissime lingue, presentando lo stesso significato: in sanscrito kupas vuol dire incurvare, così come kup in armeno. In greco kype indica una cavità, mentre kyphtòs vuol dire incurvarsi. Il lettone kumpt vuol dire incurvarsi. Il lituano kumpis vuol dire curvo. Parliamo insomma di una pronuncia, che da tempi arcaici indica qualcosa di curvo, e che si è diffusa dall’oriente in tutto il mondo. Una volta inglobato nel Latino poi, il termine si è diffuso anche in altri paesi, come in francia con coupe.

Per fortuna ci sono numerosi reperti Bruzi che ci permettono di comprendere come fosse una parte della nostra regione in contemporanea con l’arrivo dei Greci. Purtroppo, a parte questi reperti, è rimasto veramente poco della cultura e della storia di questi popoli. Troppo spesso ci si limita a immaginare la Calabria come terra della Magna Grecia: per carità, non è sbagliato, ma non è solo questo.

Per quanto però sia impossibile risalire ai periodi pre-ellenici, abbiamo a testimonianza questi vocaboli. Testimoni di un periodo lontano, antico, dimenticato, ma che è esistito, e che è durato molti secoli prima dell’inizio della Magna Grecia. Letteralmente, un altro mondo. Del quale conserviamo una piccola traccia nella nostra già ben fornita storia.