Il tabù della ricerca in mare

Il funzionamento dell'air-gun
Il funzionamento dell’air-gun

Il 18 Ottobre scorso il Ministero dell’Ambiente ha approvato tre indagini geofisiche al largo delle coste Calabresi: parliamo della zona d 3 F.P-.SC, nell’alto Cosentino, e delle zone d 85 F.R-.GM e d 86 F.R-.GM, entrambe nel Crotonese. La valutazione d’impatto ambientale si è conclusa positivamente, e dal prossimo anno due società, la Schlumberger Italiana S.p.a. e la Global MED LLC potranno scansionare il sottosuolo con la tecnica dell’air-gun.

Le reazioni a questa notizia sono state moltissime, e praticamente tutte negative. C’è chi pensa che sia a causa del referendum non passato, chi parla di invasione del proprio mare, chi ha un generale senso di fastidio per “gli americani” e chi contesta il metodo dell’air-gun. Anche l’Assessore all’Ambiente Regionale Antonella Rizzo ha pubblicato un comunicato nel quale si rammarica della scelta del governo, e ribadisce che, purtroppo, la Regione è vigile ma può fare poco.

Il Consiglio Regionale Calabrese fù tra quelli che richiesero il Referendum del 17 Aprile, detto erroneamente “Referendum delle Trivelle”. La tematica interessa infatti non solo la classe dirigente, ma anche la popolazione, sopratutto nella città di Crotone che già ospita ben 4 piattaforme all’orizzonte. Già all’epoca spiegai abbastanza bene l’argomento, dicendo che votare Si in quel caso sarebbe stata una vittoria di Pirro. In questo caso non si deve votare, e sinceramente non bisogna neanche arrabbiarsi più di tanto.

Innanzitutto, chiariamo i fondamentali: questi spazi in alto mare sono delle zone di ricerca di idrocarburi già definite da tempo. Si pensa infatti che, sopratutto nel Mar Mediterraneo, ci sia un piccolo tesoretto solo di petrolio, ma anche di gas naturali, da cui l’Italia dipende moltissimo (circa l’80% dell’energia prodotta). Nello specifico, le aree designate al largo della Calabria sono state approvate nel 2014 (e definite ancor prima), e da allora si sono susseguiti controlli, pareri, sopralluogi, test, verifiche e pubblicazioni. E’ tutto pubblico, trattandosi del Ministero. Solo lo scorso 18 Ottobre si è arrivati al via definitivo, quello che permetterà finalmente alle due società di scendere in campo, e di programmare la scansione del sottosuolo.

Il risultato del referendum dunque è assolutamente ininfluente: anzitutto, perché non verrà nessuno a trivellare prima del 2018, se non anche oltre, dato che prima bisogna scansionare, poi elaborare i dati e creare un piano di lavoro. Ci vuole tempo, e tutto dipende dalla presenza di gas/petroli nel sottosuolo. Se ne viene rinvenuta una quantità sufficiente si procede, altrimenti non si fa nulla. In secondo luogo, perché lo specchio d’acqua si trova ampiamente al di là delle 12 miglia marittime, quindi al di fuori di ogni possibile competenza Comunale o Regionale. Quelle acque appartengono allo Stato.

E’ un male che qualcuno vada a controllare se al largo ci siano sacche di petroli e gas naturali? Ovviamente no. Parliamo di giacimenti in territorio nazionale, che quindi possono essere “sfruttati” per diminuire la dipendenza economica da altri paesi. Sia ben chiaro: non è che se restano li dove sono, il consumo medio di gas e petroli scende. Anche l’Italia ne fà un largo consumo, che non accenna a diminuire nonostante le buone premesse. Le rinnovabili infatti aumentano piuttosto velocemente anche nel bel paese, ma la quantità di energia che riescono a produrre rimane ancora sotto al 10% del fabbisogno. E non è sufficiente. Lo sfruttamento di queste risorse doveva essere ben chiaro quando rifiutammo (me compreso) il nucleare. In qualche modo l’energia la dovremo pur fare, e di certo non possiamo comprare tutta quella che ci serve. E’ un bisogno fisiologico.

C’è però il fattore ambientale, dato che le società utilizzeranno il sistema di rilevamento Air-Gun. La maggior parte delle associazioni ambientaliste ed animaliste sono schierate contro questa tecnica, che tuttavia è usata da oltre 30 anni (anche vicino all’Italia) e rappresenta il metodo di rilevamento più preciso e sicuro attualmente sul mercato. Ma che cos’è l’Air-Gun? Parliamo di un sistema di rilevamento ad aria compressa. Funziona così: Alla prua di un’imbarcazione vengono montati due cavi: uno tiene l’air-gun, ossia un grosso macchinario che spara aria compressa verso il fondale, l’altro tiene una sorta di antenna, che serve per recepire eventuali rimbombi provenienti dal sottosuolo. Un vero e proprio radar.

Come vedete nell’immagine di sopra, l’aria viene sparata verso il basso e se non incontra nessun ostacolo si disperderà nel terreno, altrimenti rimbalzerà e verrà captata da uno dei microfoni. Per avere un’idea, in questo confuso video vedete l’air-gun che spara l’aria, mentre in questo sentite il suo rumore da immersi in acqua. Non lo sentite? Fate più attenzione, il primo colpo parte 0:22, e poi così ogni 10 secondi. Tuttavia, se per noi è quasi impercettibile, per gli animali non è necessariamente così. Pensate a questo suono, ogni 10 secondi per diverse settimane. Può essere straziante, e in alcuni casi potrebbe provocare anche la morte dell’animale.

A livello internazionale, a tenere alta l’attenzione su questo sistema è l’associazione ambientalista Oceana, che contrasta l’attività di Seismic Blating (così si chiama in inglese l’air-gun) da diversi anni. Differentemente da quanto affermato da Antonella Rizzo, l’air-gun non è vietato negli USA, e viene regolarmente usato, proprio perché riconosciuto come innoquo. In Italia invece dedica particolare attenzione Legambiente, che sostenne il DdL Ecoreati (che venne approvato senza il divieto di utilizzo dell’air-gun) per bloccarne l’uso in Italia, e che ha preparato delle semplici slide che riassumono bene i potenziali rischi della tecnica.

Anche nei nostri mari sono presenti dei cetacei (specialmente il delfino comune), ma non di grandi dimensioni. Negli USA invece l’eco è molto forte specialmente per alcune specie di balene in via di estinzione: parliamo della balena franca nordatlantica (North Atlantic right whale, meglio nota come Eubalaene glacialis), che conta tra i 500 e i 300 esemplari circa. Un articolo molto completo di Beachpedia ci fornisce, in modo imparziale, quanto bisogna sapere per affrontare l’argomento, ricordandoci che l’air-gun sembra davvero essere responsabile di alcune morti sospette (specialmente di balene), ma che tutte le apparecchiature dal 2014 in poi sono dotate di sistema ASNT, che diminuisce drasticamente il suono. Un altro report molto dettagliato di CoastalReview, riguardante il pescato comune e pubblicato il 16 Giugno di quest’anno, è molto chiaro: l’air-gun non danneggia i pesci, ma non possiamo escludere degli effetti che ancora non comprendiamo bene.

Secondo Oceana, una sessione di air-gun in Sud Africa avrebbe prodotto la migrazione permanente di alcuni banchi di tonno, danneggiando la pesca della zona. Non abbiamo altri dati a riguardo, e quindi dobbiamo prendere queste affermazioni con le pinze. Stessa cosa vale per le fonti ufficiali: ovviamente non vanno prese necessariamente per vere. Anche se già lo scorso anno diverse riviste specializzate, come Science, hanno affrontato la questione soffermandosi sull’Italia, che sarebbe potuto diventare il primo paese al mondo a vietare questa tecnica, senza alcuna motivazione seria. La documentazione ufficiale infatti, molto più vasta e dettagliata (specialmente negli ultimi anni) sta dimostrando che l’impatto di questa tecnologia è minimo, se non nullo.

A questo punto dobbiamo chiederci un po’ di cose. Ha senso rinunciare ad un possibile punto strategico per il paese, solo per una presunta paura? Non è più sensato testare il metodo, e lottare affinché le ricerche tramite air-gun siano monitorate in modo accurato, in modo da poter confermare o smentire questa paura? Vogliamo essere anche noi un paese che fa ricerca nei più disparati settori, o vogliamo continuare ad essere quelli della vicenda Capua? Perché continuare a vietare di tutto solo per paure che neanche comprendiamo, ci ancorerà sempre agli ultimi posti, di qualunque cosa.

La ricerca non va ostacolata. Vanno posti dei limiti, ma questo non vuol dire vietare e bloccare tutto. Alcune richieste sono di natura strettamente ideologica, poco affini alla realtà, e andrebbero contrastate, smentite con la realtà. Le affermazioni di Antonella Rizzo sono, per esempio, pura propaganda: dichiare che “si sta perpetrando un grave danno a tutto l’ecosistema marino con pesanti ripercussioni sulla costa.” vuol dire dichiarare il falso. Non c’è dato scientifico a supporto di ciò. Andrebbe ricordato all’Asserora che la tutela ambientale in Calabria è ancora lontana dalla normalità, e che ci sono innumerevoli tematiche in cui la Regione potrebbe fare qualcosa: tante altre cose danneggiano l’ecosistema marino e la costa, da anni.

Per cui, ben venga la ricerca anche nel Mar Jonio. Di certo, è l’ultimo dei problemi che il meridione deve affrontare per quanto riguarda l’ambiente. E chi dice il contrario, semplicemente, mente.