“Ah, quando c’era Ceaușescu”

Ieri pomeriggio ho partecipato alla prima edizione del premio Ferdinando Gualtieri, a Verzino. Una bella sorpresa, è bello essere presi in considerazione per quello che si può fare con un blog, uno stimolo a continuare nonostante il prevalente mare di indifferenza. Ero già stato a Verzino diversi anni fa, e l’ho trovato molto migliorato, ammodernato, con una bella piazza e belle rifiniture nel centro del paese. Anche l’edificio dove si è tenuta la premiazione è ben ripreso. Gli “ubriaconi della piazza principale” sono rimasti in due, e solo con uno (un certo Pasquale) mi sono intrattenuto metre tutti stringevano mani e facevano sorrisi prima dell’inizio della cerimonia.

Ma non è di questo che volevo parlare. Per andare a Verzino, mi sono incamminato più o meno dopo l’ora di pranzo. All’incrocio sulla SS106, ai semafori subito dopo il cavalcavia nord, un uomo stava in piedi, sotto al sole della controra. Non si avvicinava alle macchine, si limitava a guardare chi le guidava. Era sudato, pantaloni lunghi e camicia, ed uno zaino azzurro.

Arrivato al semaforo (becco il rosso, ovviamente), l’uomo fa il consueto giro di sguardi, e dopo averlo finito si avvicina alla mia macchina. Né un ciao, né una presentazione. Mi chiede: “Dai passaggio?“. Non ci penso neanche un attimo: “Come no“. Apro la portiera, questo entra e si siede. Inizia a ringraziarmi, si presenta (e chi se lo ricorda il nome), e mi spiega come era finito li.

Mattina lavoro a Casa Rossa, operaio, tutto faccio. Ora periodo buono, c’è lavoro. Pomeriggio lavoro campi, Passovecchio, Margherita, raccolgo verdura. Non c’è bus che porta li, io vado a piedi. Ma oggi sono stanco, troppo caldo.

L’uomo, sulla quarantina, se la fa a piedi dal cavalcavia nord (dove arriva il bus urbano più vicino) fino al passovecchio. Due lavori molto faticosi, in due poli opposti della città, sotto al sole d’Agosto. Viene dalla Romania, e a suo dire la sua famiglia è rimasta li, mentre lui si vorrebbe trasferire a Scandale (dove c’è una delle più alte concentrazioni di cittadini Rumeni del Crotonese).

Ad un certo punto, gli chiedo se vorrebbe tornare in Romania a vivere. E mi da la risposta che mi danno un po’ tutti i Rumeni:

Si si si, a voglia, a casa mia, certo. Ma non c’è lavoro! Io che fare la? Quando c’era Ceaușescu tutti con lavoro, tutti bene, oggi niente, tutti poveri, tutti  via.

Di tutti i Rumeni che ho conosciuto, ho sempre sentito parlar loro di Ceaușescu. Sempre, anche all’estero. La percezione comune è che con lui tutto funzionasse, tutto andasse bene, mentre da allora la situazione sia precipitata. Eppure, la Romania sta diventando una nazione emergente, che offre posti di lavoro anche agli stranieri, ma che evidentemente, come successo in Italia, ha dimenticato una buona parte della propria popolazione.

Nel frattempo, siamo arrivati al Passovecchio. L’uomo mi assicura che un giorno tornerà a vivere nel suo paese, con la sua famiglia. Glielo auguro. Scendendo, mi ringrazia di nuovo, e mi invita “quando voglio” alla Casa Rossa, che mi ospita lui. Mi saluta, si gira e se ne va.

Ognuno per la sua strada, di nuovo, come fino a poco fa. Lui per i campi, verso Mergherita, io per le timpe, verso Verzino.