Sicurezze

É stata una settimana mentalmente pesante. Prima la sparatoria a Dallas. Poi lo scontro tra treni in Puglia. E l’attacco a Nizza. E infine il tentato colpo di stato in Turchia. Nel frattempo apprendiamo di un altro attacco nel sud della Germania, che fortunatamente non avrebbe causato morti. In piú, diversi incidenti locali, tra cui un omicidio a colpi di AK47. Centinaia di morti e feriti, migliaia di persone in attesa di sapere se saranno uccise. Un clima che genera, oltre che molta apprensione per le vittime, anche un po’ di paura.

In fondo é inevitabile discuterne. Probabilmente non siamo abituati a questi numeri da guerra così vicini a “casa”. Abbiamo rimosso le ultime guerre interne, che ormai ci paiono lontane e dimenticate, nonostante abbiano trovato una fine, quanto meno ufficialmente, appena una ventina di anni fa. Tutti gli altri conflitti aperti nel mondo (circa una trentina) vanno avanti, ma non ci riguardano, anche perché per quanto vicini ci sembrano appartenenti ad un altro mondo. Così é, così sarà.

In tutto questo marasma, le paure si autoalimentano, grazie sopratutto ai media e agli opinionisti. Magari domani succede qualcosa in Italia. Magari proprio nella nostra città. Che con tutti sti profughi non si sa mai. E chi sarà? Dove colpirà? Quando? Come? E tutte le elucubrazioni del caso.

Ci stiamo pensando un po’ tutti. Però, tra chi vive in piccoli centri e piccole città, serpeggia una sicurezza in più. La certezza di essere esclusi a priori dalla possibilità di subire un attacco, o una tragedia. In fondo, a chi vuoi che importi del paesello sperduto, o della piccola città di provincia? Quelli se colpiscono puntano ai grandi centri, mica a noi. È una frase che sto sentendo ripetere molto in questi giorni, una sorta di autoconvinzione, che tranquillizza e rende meno ansiose le giornate. Una sicurezza in più, che fa apprezzare il fatto di vivere un po’ sperduti e isolati.

È un piccolo mantra che mi ripetono anche i miei amici dall’estero. Una tranquillità diffusa, magari fondata, ma per certi versi inquietante, che ti rinchiude in una campana di vetro (o, per dirla come in una canzone, in mille scatole fragili come il cristallo), facendoci credere che quel “noi” valga solo per gli “altri”, quelli che vivono “altrove”. Magari, finisce per farti sottovalutare il problema. O magari è solo una paranoia.

Probabilmente, ci siamo disabituati a vedere il mondo come un luogo dove si può morire da un giorno all’altro, senza alcuna ragione, senza motivo, senza senso. Quando succede, succede agli altri, non a noi. È brutto da dire. È crudele. Ma è così. E può succedere a tutti. In fondo, si sa come si nasce, ma non come si muore.