La partitocrazia

La partitocrazia è una condizione onnipresente in Italia, dalla formazione della Repubblica ad oggi. Non è da intendersi solo come la scrisse Giuseppe Maranini, ma anche in un suo senso più lato. I partiti, infatti, oltre a concorrere per il potere in sostituzione agli organi dello stato (cosa che fù realtà per molti anni in Italia), hanno un profondo ruolo di divisione sociale. I partiti fomentano e favoriscono l’appartenenza, e di fatto creano dei ruoli oramai labili e inesistenti.

Portiamo l’esempio Crotone: 62 mila abitanti circa, 9 candidati a sindaco ognuno per un partito o una lista a se stante. 9 adulti che anziché sedersi a parlare preferiscono tagliarsi l’un l’altro. Ragazzini, che antepongono l’appartenenza al loro gruppo sul resto. “Noi del PD“, “Noi del M5S“, “Noi della Prossima Crotone“, e così via. “Noi gli onesti“, “Noi i giusti“, “Noi i puliti“, e così via. Tutti onesti, acculturati, intelligenti, dotti, colti, progressisti ma conservatori, tradizionalisti ma innovatori. Eppure, tutti a difendere e promuovere il proprio partito, che è un po’ più onesto/giusto/pulito degli altri. Nessun punto di incontro, nessun compromesso, nessuna discussione. Ognuno con i suoi programmi, tutti uguali a grandi linee, a se stanti. Cattedrali nel deserto, impoverite dalla sterilità delle visioni (o ambizioni) personali. Mausolei della scarsa visione della nostra classe politica, indipendentemente dal partito.

Non sto dicendo che dovrebbe esserci un solo grande partito. Lungi da me questo pensiero. Sto dicendo che 9 candidati che concorrono così per una città piccola come Crotone sono un chiaro segno di quella che è la partitocrazia oggi. Un danno. Un blocco. Un’allungamento dei tempi. Uno spreco di risorse. Un mare di comunicati stampa imprecisi, fuorvianti e accusatori. Una divisione in casa.

Il gioco dei partiti oggi è questo, cercano potere nel senso territoriale del termine. E lo cercano screditando gli altri concorrenti. Non portano necessariamente risultati, perché tanto possono esporre i fallimenti altrui (finché non succederà lo stesso per loro). Sanno che la legittimazione popolare li può portare in consiglio comunale come in parlamento. E da li poi il gioco sta a loro, con buona pace degli elettori. Se non ci fossero tutti questi partiti, questo non succederebbe. Ne succederebbe di avere oltre 700 aspiranti consiglieri. 700 aspiranti consiglieri che concorrono per 9 aspiranti sindaci. Una frammentazione terribile, che oltre a lasciar presagire un ballottaggio ci fa intendere come sia diviso l’elettorato, tra piccoli partiti, movimenti e contenitori di voti.

In Calabria è difficile parlare di linee politiche. E’ difficile dopo tutti questi anni di aiuti sprecati, di soldi persi, di opere inutili o incompiute, di prese in giro e di fallimenti. A ben vedere, i progetti per la regione sono quelli, fermi a 50/60 anni fà. Al passato. E il modo di far politica non è cambiato. I partiti cercano voti, rilanciano opere e progetti, parlando di turismo, futuro, radici, terra. In realtà cercano voti. Il loro sistema è questo.

L’unica arma la hanno in mano i cittadini. Prima di ogni altra cosa, devono essere attivi, e capire quali sono i veri benefici, e non quelli che ci fanno passare come tali. Devono rimettere nelle mani dei partiti l’opera di governo, ma non l’opera di controllo e/o egemonia delle economie locali, ne tanto meno il loro condizionamento. Senza una cittadinanza attiva, si avrà sempre una forma di partitocrazia, più o meno invasiva. E con attiva non intendo che condivide post su Facebook, ma intendo attiva proprio nella vita pubblica, coinvolta. E non per un partito (o per un doppio fine), ma per se stessa. Per la propria città. Perché un partito ha, tra i suoi interessi, anche quello di restare forte e al potere.

Questo interesse non è sbagliato. Ma lo diventa qualora l’arroccamento al potere sia di impedimento alla cosa pubblica. Potremmo dire che ogni impedimento della cosa pubblica è in realtà un tentativo di arroccamento, ma forse esageriamo. Fatto sta che 9 candidati sono ognuno un tentativo di arroccamento, con buona pace della cosa pubblica. Sono dei maldestri tentativi di passare, ancora, per i migliori della classe, perché gli altri puzzano o sono sporchi. Sono un tentativo di usurpazione. Sono un tentativo di legittimazione. Avranno tutti a cuore la città, per carità, ma la vorrebbero vedere a modo loro.

E dov’è finito il nostro adesso?