Qualche curiosità sulle schede elettorali

Azzardiamo
Azzardiamo un ordine di arrivo …

Addentrarsi nel complesso mondo di leggi e normative del bel paese non è cosa semplice. Spesso si perde facilmente la pazienza, dato l’elevato numero di rinvii ad altre norme, decreti o atti. Ci si perde, letteralmente. Succede per le cose serie, ma anche per le domande da domenica noiosa, curiosità e piccolezze che dovrebbero essere di facile accesso a tutti, e che invece rimangono “custodite” e sconosciute ai più.

Visto il periodo pre-elettorale, ci dedichiamo a delle curiosità sulle schede elettorali e sui loro simboli. Chi le stampa? In che numero? Chi sceglie i colori delle schede? E la posizione dei simboli?

Sono domande di pubbico interesse, e le varie risposte portano con se dei piccoli pezzi della storia Italiana, della Repubblica e dei partiti che ci furono.

Un po’ di storia:

A partire dal 1946, anno in cui si scelse la Repubblica, si iniziarono a tenere regolarmente le elezioni amministrative dei vari comuni, ma anche quelle regionali e nazionali, e così anche vari referendum. Le schede elettorali erano molto, molto diverse da quelle di oggi, a partire dal fatto che erano stampate in bianco e nero, ed in un formato cartaceo decisamente diverso, simile a quello di una lettera. Nel corso degli anni ’50 si iniziarono le prime regolamentazioni a riguardo, che portarono alla creazione di una serie di tabelle di riferimento per le schede elettorali, in base alla popolosità dei comuni e all’entità delle votazioni.

La prima organizzazione generale per le votazioni comunali si ebbe con il DPR 1957 n361, che stabilì la prima organizzazione statale per l’elettorato. Questo conteneva anche una prima divisione del paese in circoscrizioni, ed un modello da seguire per la creazione delle schede elettorali, in base al numero degli abitanti. Il modello è tutt’ora in uso, ed ha subito numerosissimi cambiamenti nel corso degli anni, anche recenti.

L’introduzione dei colori:

La discussione sulle schede a colori non è poi così lontana nel tempo, dato che iniziò nei primi anni ’90. Fino ad allora, sia la scheda elettorale che i simboli dei partiti erano rappresentato in bianco e nero, ma con l’introduzione delle nuove tecnologie nell’apparato Statale, le pressanti richieste di numerosi partiti (attivissimo fù il Partito Radicale), e i diversi cambiamenti politici, partitici e statali in corso, si decise anche l’introduzione delle schede a colori.

Non fù facile. Il disegno di legge, noto come “Legge Motetta“, venne approvato a soli due giorni dalla sua presentazione, in tempi veramente da record. Tuttavia, nonostante l’approvazione di Camera e Senato, fù lo stesso presidente della Repubblica, all’epoca Cossiga, a bloccare la legge, perché a suo dire l’uso dei colori avrebbe portato più confusione che chiarezza nell’elettore. Vi erano dei seri dubbi anche sulla regolamentazione dei simboli dei partiti, e sul fatto che gli eccessivi colori presenti nei manifesti sparsi in giro per le città potessero confondere l’elettorato.

Con la Legge n. 70 del 4 Febbraio 1992 si introduce la prima regolamentazione ufficiale, e si permette di partecipare con dei simboli a colori.

E i colori delle schede?

Questo è un tipico mistero Italiano. La legge è chiara, e rimette la scelta dei colori nelle mani del Ministero dell’Interno. E’ lui che di anno in anno dovrà confermare i colori delle schede, o presentare i colori come avviene per i referendum (dove ogni scheda ha un colore a se stante). Tuttavia, il criterio di selezione dei colori, o il perché siano stati scelti proprio quelli, non è documentato (o quanto meno è veramente difficile da trovare).

Si può pensare, in generale, ai colori storici dell’Italia. Colori come il verde, il rosso, il blu e l’azzurro hanno rappresentato il belpaese nel corso degli anni, sopratutto nel periodo rinascimentale e preunitario. Tuttavia, ci sono anche il giallo, il marrone e il rosa nelle schede. Senza contare poi i colori di alcune circoscrizioni.

Sul sito del Ministero non c’è nulla, quindi continua a sfuggire il criterio di selezione. Tuttavia, c’è da dire che gli attuali colori sono in uso dal 2001, anno in cui entrò in vigore anche la Tessera Elettorale. Prima di allora, si usava una colorazione simile.

In tutti i documenti del Ministero, compreso il più recente, è solo indicato il colore delle schede, con relativo codice univoco. Probabilmente la risposta esiste, ed è solo persa e nascosta da qualche parte, su un documento non digitalizzato o chissà cosa. Per adesso mi fermo, ma continuerò a chiedere.

La posizione dei simboli:

Fino al 1990, la posizione dei simboli sulla scheda elettorale era dettata dalla data della presentazione della lista stessa. Questo vuol dire che chi arrivava prima si garantiva i primi posti, da in alto a sinistra a scendere. Questa condizione è stata contestata moltissime volte, sopratutto per via della presenza costante di un solo partito sempre in “pole position”.

A presentare la richiesta di modifica alla legge fù sempre il Partito Radicale, che propose di usare semplicemente un altro metodo: anziché usare i tempi di presentazione, usare un sorteggio. Era semplice, una volta disponibili tutte le liste partecipanti, si estraevano a sorte. Il primo ad uscire si garantiva l’angolo in alto a sinistra, per poi andare a scendere.

La Legge 21 marzo 1990 n. 53 venne approvata in via definitiva, e da allora si procede con il sorteggio delle liste. Ancora oggi, è necessario per legge fornire un facsimile della scheda elettorale a sorteggio effettuato, in modo da preparare la popolazione alla scheda effettiva.

Chi stampa le schede?

La stampa e la distribuzione delle schede, per qualunque tipo di votazione, è affidata all’Istituto Poligrafico & Zecca di Stato. E’ una società in-house controllata al 100% dal Ministero dell’Economia, e garantisce la fruizione di numerosi servizi allo stato, dai sigilli alle targhe, dai monopoli (tabacco, alcool) ai documenti di riconoscimento.

Le schede stampate dall’IPZS al momento delle votazioni sono equivalenti al numero degli aventi diritto al voto, più un 10% di schede extra. Questo vuol dire che per un paese di 100 abitanti verranno stampate 110 schede elettorali. Le schede exta vengono stampate in caso di necessità, dato che è possibile per un elettore annullare la propria scheda ed effettuare un nuovo voto (sia per una scelta persona sia per un difetto nella scheda stessa). Nel caso le schede non vengano usate, verranno distrutte, probabilmente incenerite.

Le varie prefetture cittadine selezionano di anno in anno gli istituti dell’IPZS (che ha sede in oltre 100 città) che andranno a stampare le schede elettorali. Il costo delle schede è definito di volta in volta dal Ministero dell’Economia, che pubblica sia i singoli costi che una previsione di spesa. In media, possiamo dire che una scheda elettorale costa circa 2€. I vari istituti poi hanno il compito di non sforare le previsioni del ministero, e sono liberi di concorrere con offerte e pacchetti.

Una volta stampate, le schede sono trasportate già piegate con forze armate a seguito fino alle prefetture richiedenti. Da li, verrano consegnate ai vari seggi, e passeranno poi in mano dallo scrutinatore al cittadino.

E come si vota?

A questo punto è d’obbligo una piccola spiegazione anche su questo. Potremmo semplificare il tutto con un “metti una X“, ma non è solo questa.

Esistono infatti tre tipi di voti possibili, ossia:

  1. Il voto diretto, che consiste nel contrassegnare solo il candidato a sindaco, senza indicare nessuna lista e nessun consigliere (rimettendo dunque nelle sue mani la scelta dei consiglieri, da qualunque lista);
  2. Il voto indiretto, che consiste nel contrassegnare solo il simbolo di una lista, facendo andare il voto al candidato supportato (rimettendo dunque nelle sue mani la scelta dei consiglieri, dalla lista votata);
  3. Il voto disgiunto, che consiste nel contrassegnare solo il simbolo di una lista e nell’indicare due preferenze per i consiglieri comunali, che dovranno essere di sesso opposto (un maschio e una femmina), facendo andare il voto ai candidati supportati (scegliendo dunque direttamente quali soggetti votare);

La tipologia di voto “più completa” è senz’altro quella disgiunta, che di fatto ci permette di esprimere ben 3 preferenze. La scelta dei consiglieri poi dipende dal numero di preferenze ricevute, ed è il sindaco a formare il consiglio qualora non vi fosse la condizione per poter eleggere un candidato.

Le elezioni comunali sono considerate il gradino più basso del sistema elettorale Italiano, nel senso che il primo cittadino è un ruolo amministrativo necessario e più facilmente rinnovabile. Un’amministrazione comunale ha un mandato di 5 anni, ma è soggetta, come lo Stato, alla possibilità di essere sciolta (a seguito di reati) o di cadere (a seguito delle dimissioni della maggioranza dei consiglieri o della giunta). In tal caso, si indirebbero delle elezioni speciali per l’elezione di un nuovo sindaco, mentre nei casi peggio (infiltrazioni mafiose) si prevede il commissariamento.

E mentre ricerco il perché le schede Comunali sono blu, quelle Regionali verdi e quelle Parlamentari rosa… nel frattempo, sapevatelo 😉