Proporre un fondo comune

Samuele Pufendorfio, questo sconosciuto!

Intripparsi con l’immensa storia della filosofia tedesca è una scelta di vita probabilmente, tanti sono i filosofi, i temi, i trattati e gli scritti, sopratutto a cavallo tra il ‘600 ed il ‘700. C’èra un mondo di uomini che si sforzava di distinguere il giusto, l’etico, il corretto, e di perseguirlo. Si davano spiegazioni irrazionali, certe volte: è il volere di Dio, si diceva. Progressivamente, Dio venne sostituito da altri canoni supremi, per alcuni il commercio, per altri la natura.

A quest’ultimo filone rientrava Samuel von Pufendorf, un barone tedesco vissuto nel corso del VII secolo, che operò come giurista, economista e statista, ma che fù anche uno storico, che si dedicò attivamente al revisionismo delle teorie sulle leggi naturali (da noi note come giusnaturalismo) di Hobbes e Grozio. Poco noto in Italia, ha scritto diversi testi interessanti, tra cui “I doveri dell’uomo e del cittadino secondo le leggi naturali“, dove ipotizza una “via naturale” anche per gli scambi e gli affari economici.

Ora, nelle varie proposte economiche di Pufendorf ve ne è una che conosciamo tutti, e che oggi come non mai è sulla bocca di molti politici e parlamentari. Ed è forse una delle proposte che, dal VII secolo ad oggi, resta una delle più valide alternative alla mancanza di liquidità spicciola: un fondo comune.

Scriveva infatti, nel capitolo XV intitolato “Dei contratti, i quali suppongono la proprietà dei beni, il prezzo delle cose e i doveri ai quali essi si impegnano“:

Alcune volte si contrae società di tutti i beni generalmente; e allora, come ciascuno degli associati deve fare entrare fedelmente nel fondo comune tutto ciò che egli guadagna, così può esso ancora prendere da quello di che mantenersi onestamente, secondo la sua condizione.

Nello specifico si parlava di una sorta di contratto sociale, un po’ in anticipo rispetto al più noto e famoso testo di Rousseau. La società di cui scrive non è da intendersi solo in termini lavorativi (datore di lavoro), ma proprio in termini organizzativi-statali, e gli associati non sono propriamente gli iscritti alla società (i tesserati), bensì la popolazione, che di fatto accetta una sorta contratto pur di vivere e sostentarsi.

Tuttavia, nella visione di Pufendorf, è molto interessante il concetto di fondo comune, attuale come non mai. Questo infatti prevedere un concetto di dare-avere molto all’avanguardia per i tempi, persino per oggi. E’ un fondo sociale, prima che propriamente economico, dato che antepone la condizione del singolo, da associare ad un onesto sostentamento qualora questo dovesse mancare. La società dunque si impegna ad avere, certo, ma anche a dare in caso di necessità (e, specificato più avanti, anche in caso di uscita di un membro).

Questo concetto di fondo è molto utile. Semplicissimo da realizzare, anche questo rientra nella lista delle buone idee per la Crotone che verrà, una di quelle cose fondamentali che mi ero dimenticato di inserire nei consigli che scrissi qualche tempo fa. Bisogna proporre un fondo comune per la città di Crotone. Un fondo nel quale versare del denaro al quale attingere nelle situazioni di necessità, in modo da non essere totalmente dipendenti da altre fonti economiche.

Ma da dove si prendono i soldi? Lo stesso Pufendrof parla di versare quanto guadagnato, cosa che noi potremmo tradurre con le tasse che già paghiamo. Attualmente, l’istituzione di un fondo è stata prevista solo dal M5S, che parla di una decurtazione del 20% sugli stipendi, che andrebbe a formare un tesoretto di diverse migliaia di euro al mese. Tuttavia, non è da esludere l’istituzione di un’ulteriore obolo, anche solo di 1€ al mese, che garantirebbe la diretta partecipazione dei cittadini alla creazione di un fondo sociale di più grandi dimensioni.

Perché un cittadino dovrebbe pagare un ulteriore euro al mese al comune? Gli versa già fin troppi soldi, direte voi. E’ vero, ma in questo caso si potrebbe pensare ad un fondo a partecipazione diretta non solo di professionisti del settore, ma anche dei cittadini stessi. Deciderebbero loro come usare il denaro, insomma. Funzionerebbe così: ogni mese il comune raccimolerebbe una cifra, consultabile da tutti i cittadini; ogni sottrazione dal fondo dovrà essere giustificata, e potrà andare a coprire piccoli debiti, spese interne del comune, spese straordinarie (si rompe un tubo, strade da asfaltare) e simili; una volta sottratte le spese, laddove ve ne fossero, si indirebbero una serie di sondaggi per la realizzazione di nuove opere cittadine, non necessariamente opere pubbliche (costruzioni), ma anche iniziative sociali, sponsorizzazioni, eventi e così via.

Potrebbe essere un buon modo per aggiustare tanti piccoli aspetti della quotidianità, con una spesa minima di 1€ al mese, o, se preferite, di 12€ all’anno. Si potrebbe anche impostare il tutto come un discorso partecipativo, ossia non obbligatorio. Il comune ti chiede se vuoi partecipare al programma, e sei libero di accettare o meno. Su una popolazione di quasi 60.000 persone non sappiamo quante ne accetterebbero, ma sarebbe di sicuro un’entrata facile, e, ancora di più, un fondo sicuro per la città e i suoi cittadini.

Il discorso base di molti umanisti, e più in generale filosofi, è che l’uomo dovrebbe collaborare, invece di accanirsi l’uno contro l’altro. Lo sappiamo bene, dato che è dai tempi della Bibbia che si tramanda questo insegnamento. Non è una forma di comunismo o di socialismo, è più che altro una forma di economia locale, circolare, chiusa, destinata per sua natura a tornare a sè, non come denaro ma sotto una nuova forma. E’ quel tipo di chiusura che tanto non piace ai liberisti, ma che di fatto sta diventando l’unico modo per non essere sempre in totale dipendenza da altre fonti economiche.

In una Calabria che deve riprendersi a livello nazionale, manca ancora lo scalino fondamentale, ossia la ripresa locale. Non c’è partecipazione. Questo fondo potrebbe servire a due cose: aiutare l’economia cittadina (non solo di Crotone, si potrebbe applicare a tutti i paesi), ma sopratutto aiutare la popolazione ad allontarsi sempre di più da quel distacco e da quell’apatia sociale che tanto la attanaglia. Potrebbe essere partecipe, con solo 1€. E sopratutto, potrebbe avere un fondo, autogenerato, da destinare a ciò che ritiene più importante.

Non sarà la soluzione a tutti i problemi, nè deve essere visto come pozzo senza fondo per le spese pazze del comune. E’ un’idea vecchia, ma funzionale. Se sviluppata nel modo giusto, può solo portare un po’ d’aria fresca nello stantio ambiente economico di tutto il Sud Italia. Una “nuova” forma di partecipazione.

Quindi… pensiamo a ‘sto fondo comune, ma anche al povero Pufendorf, e ai tanti che come lui hanno ipotizzato tante belle cose in passato, e che non sono ancora stati ascoltati adeguatamente. Perché i problemi del mondo sono quelli (potremmo dire) da sempre.