Quando il Carmine era Shanghai

[193X] Il Carmine (Shanghai)
Delle baracche nella zona del Carmine

In questi giorni sarete passati tutti da Piazzale Ultras per festeggiare la promozione del Crotone in Serie A. Una gran bella festa, che ha coinvolto quasi tutta la popolazione. E’ sicuramente un gran passo avanti per la città, che potrà vantare un nuovo tassello nella sua già grande ed articolata storia.

E proprio da Piazzale Ultras possiamo partire per riprendere un pezzo di storia della nostra città. Un pezzo di storia che inizia intorno agli anni ’30 del vecchio secolo, e che si concluderà solo prima del nuovo millennio. Un pezzo di storia che parla di emigrazione, di disagio, di povertà. Ma, sopratutto, un pezzo di storia che si conclude con il progresso che, lento ma inesorabile, è arrivato.

Una storia che parla dell’evoluzione della nostra città, e del riscatto che ebbero tutte quelle persone che vissero nelle fatiscenti baraccopoli, create per poter lavorare nelle vicine fabbriche. Parliamo di quando il Carmine era noto con il nome di Shanghai. E parliamo di una storia che ha riguardato direttamente una gran parte delle nostre famiglie, e che con un po’ di memoria, forse forse, possiamo ancora ricordarci anche noi, nati durante i ’90.

Il nomignolo Shanghai è di ovvia origine: la città Cinese risulta essere la più popolosa al mondo, e vanta quasi 15 milioni di abitanti, oggi. Questo enorme numero di abitanti non si è venuto a creare nell’ultimo decennio, ovviamente, ma è iniziato verso la fine dell’800, quando un’enorme massa di lavoratori si riversò in quello che era il principale centro di commercio della zona. Si creò rapidamente un grande centro economico, che attirò a se un numero tale di persone che, pur di lavorare, si creò degli alloggi di fortuna. Baracche, fatte di legno e lamiera, senza nessuno standard. Shanghai fù una delle più grandi baraccopoli del ‘900, nota a livello internazionale per la sua precarietà e per le condizioni spesso terribili dei suoi occupanti.

[193X] Panorama
Un bel panorama su Cotrone prima dell’era industriale

Torniamo a Crotone. Prima dell’avvento delle fabbriche, la città si presentava così, come vedete in questa bella panoramica. In primo piano, abbiamo grossomodo la zona di Parco Carrara, ed il Torrente Pignataro che scorre verso sinistra. In distanza, le mura del castello, e si distingono chiaramente il Baluardo Toledo ed il Bastione Don Pedro, sulla sinistra. Ed è proprio la parte destra della foto la più interessante, dato che ci permette di vedere che, a parte qualche costruzione nella zona della Marina, la zona del Carmine era tutta boscaglia. Non vi era quasi nulla.

Sul finire degli anni ’20 iniziò la costruzione dell’area industriale, seguendo un progetto di assetto urbano che avrebbe previsto oltre allo sviluppo industriale anche quello civile. Le fabbriche entrarono in funzione nel 1932, ma fino ad allora avevano attirato un gran numero di migranti che lavorarono fisicamente alla costruzione degli impianti come operai e manovali. Con il termine migranti, in questo caso, parliamo di gente proveniente da tutta la Calabria, e spesso anche da altre Regioni. Grande fù l’affluenza dalla zona di Reggio, con interi nuclei familiari (composti anche da più di 10 persone) che si muovevano interamente per lavorare, direttamente o meno, con le fabbriche.

Quello di Crotone fù il più grande polo industriale della regione, e fù il principale motore economico della zona per più di mezzo secolo, attirando a sè decine di migliaia di persone. Per capire questo dato, bisogna vedere i censimenti della popolazione. In 100 anni, dal 1861 al 1961, si passò da meno di 6000 a più di 43.000 abitanti. Fù il polo industriale infatti a favorire la popolazione dell’area, portando il picco degli abitanti intorno ai 60.000. Tutta questa gente arrivò nell’arco di pochi anni, e non trovò certo delle case da affittare come oggi. Arrivati a Crotone, si trovarono pressoché il panorama che abbiamo visto sopra. Quasi nulla. Campagna, terre, campi.

[1963] Scorcio Panoramico e Porto
Le baracche negli anni ’60

La città era molto diversa da oggi. La via principale per arrivare al porticato era Via della Stazione, oggi Via Mario Nicoletta. Vi era poi il sentiero di via Cutro, che collegava direttamente con il vicino comune. Un sentiero portava a Capo Colonna, mentre un’altro verso Passo Vecchio. Non c’era la SS106 come la vediamo oggi, tant’è che un vecchio video ci dimostra  come l’ingresso principale alla città era proprio la via della ferrovia. Ed era li che arrivavano i migranti, non sempre a bordo di un treno, anzi, più spesso a cavallo di un mulo.

Via della Stazione era l’unica strada della città. Vi erano diversi edifici, esisteva già la zona di Sant’Antonio (vi si trovava il vecchio carcere) e di Marinella, ma nulla era costruito verso l’attuale centro cittadino. Non vi erano altre strade o luoghi appetibili. Per questo motivo, il principale insediamento dei nuovi arrivati fù Fondo Gesù, Botteghelle e Gabelluccio. Furono questi i primi quartieri baraccopoli della città, abbastanza lontani dal centro e molto vicini ai posti di lavoro, tanto da permettere agli operai di raggiungerli a piedi o in bici.

Prima della WWII, la città conobbe il primo sviluppo urbano verso il centro come lo intendiamo oggi. Venne creata Via Vittorio Veneto, furono costruiti i primi edifici importanti (come la banca del comune) e vennero definite le nuove e principali vie della città. Piazza Pitagora (all’epoca Piazza della Vittoria) divenne effettivamente una grande rotatoria, che però non aveva alcun collegamento verso il mare, se non un sentiero sterrato adiacente alle mura del castello (oggi Via Tellini). Si arrivava così alla Marina, e dunque alla Lega Navale ed al Porto. Solo a guerra finità si iniziò a costruire Via Reggio, dando il via a nuove costruzioni ed edifici.

Tuttavia, la gente continuava ad arrivare, sopratutto dopo la grande povertà dovuta alla guerra. Il centro cittadino era off-limits per la popolazione povera, ed anche il centro storico era più popolato che mai. Trovare una casa era impossibile. Tuttavia, la costruzione di Via Reggio e la realizzazione del primo tratto del lungomare diedero una nuova ottica di sviluppo. Tutta la zona bassa della città, che andava appunto da subito dietro Poggio Reale e Colle Santa Lucia (o, detta in termini più comprensibili, dalla discesa di San Domenico e dala discesa di Via Venezia) venne presa d’assalto dai migranti. Li, dove si trovavano sterpaglie e boschetti, vennero costruite innumerevoli baracche.

Perché non si era costruito in quella direzione? Per due motivi, principalmente: c’è un aspetto economico, ossia l’espansione della città verso i punti di interesse, che erano le fabbriche, la stazione ed i collegamenti, e non Capo Colonna; e c’è un aspetto superstizioso, dato che all’epoca non si voleva vivere nei pressi del Cimitero. Si pensava che vi risiedessero gli spiriti! Oltre a Cimitero, gli unici altri due edifici della zona sono la chiesetta del Carmine ed il Lazzaretto, usato per anni come ultimo letto per i malati terminali. Insomma, non era una zona ambita, all’epoca, e venne lasciata libera. Ci pensò la necessità di migliaia di persone a popolarla, necessità che fece mettere da parte il tanto radicato culto dei morti e degli spiriti che un po’ tutte le nonne e bisnonne avevano.

Nel periodo di massima espansione, la baraccopoli si estendeva dall’attuale Piazza Berlinguer (dal Florida) fino a dopo il Cimitero (quasi fino alla Pesca Subacquea). Si dice che oltre 30.000 persone vissero nelle baraccopoli (ma non ho dati a riguardo), che per questo motivo venne soprannominata Shanghai. Immaginatevi di essere sulla collinetta di San Domenico, di guardare verso il Cimitero, e di vedere solo un’enorme distesa di baracche di legno, spesso arrangiate e fatiscenti, sterri e sentieri. Non è possibile distinguere i tetti dal suolo.

Le baracche, ovviamente, non erano dotate di bagni, di acqua corrente, di elettricità o di riscaldamenti: erano, semplicemente, quattro mura arrangiate. Una protezione dall’acqua? Non proprio, dato che si trovavano spesso allagate, sopratutto in inverno, per via delle alte maree. Una condizione difficilissima, peggiorata anche dalle piogge che facevano colare grandi quantità di argilla. E, come se non bastasse, a rendere ancora più pericolosa la situazione, vi erano gli scoli a cielo aperto: non propriamente organizzati, vi erano diversi pozzi neri (fosse biologiche, o per meglio dire latrine) che spesso non contenevano bene i liquami, che trabordavano fino a scendere a mare, passando nelle viuzze tra le baracche. Uno scenario non proprio amichevole.

[196X] Viale Gramsci
Solo baracche a Piazzale Ultras

Solo sul finire degli anni ’60 si iniziarono dei progetti di edilizia popolare, e vennero avviati i primi progetti per spostare la gente da quella condizione di disagio. Si costruirono diversi alloggi, non solo nella zona del Carmine. Questa zona venne rivalutata molto dalle stesse fabbriche, che si impegnarono a costruire numerosi alloggi per i propri lavoratori, la maggior parte dei quali viveva nelle baracche. Sul finire degli anni ’70, il numero di baracche calò drasticamente, e si potevano contare diversi piccoli insediamenti, come quello all’attuale discesa di Via Roma, quelli prima e dopo il Cimitero, e quello nello sterro del nuovo Palazzo Candigliota.

In tutto ciò, via Roma non era ancora collegata con il lungomare. L’unica via era arrivare al Cimitero e fare inversione. Via Roma infatti si interrompeva prima della scuola Principe di Piemonte, dove, fino a qualche anno dopo la guerra, era in funzione una fornace (Forno Ranieri), che poi lasciò il posto alle numerose baracche. Solo con la creazione del collegamento stradale si iniziò a demolire quella piccola selva di casette, che tanto cozzava con i nuovi palazzoni.

Piazzale Ultras, in tutto ciò, non esisteva. Venne inaugurato nel 2001, anno della prima promozione del Crotone in Serie B. Prima di allora, come si vede nella foto sopra, era un terreno abitato. Buttate giù le baracche, rimase per diversi anni solo uno sterro, già usato a mò di parcheggio. Le ultime baracche rimasero poco sopra il piazzale, e di queste ben 4 o 5 sono diventate abitazioni vere e proprie, ancora oggi ben visibili. L’ultima baracca venne buttata giù solo nei primi anni del nuovo millennio.

Agli inizi degli anni ’80, l’asset della città era completamente diverso. Vi erano strade, e non sentieri, che collegavano tutte le zone della città. Nel frattempo, il centro era diventato quello che vediamo oggi, anzi si era ingrandito anche un po’ più in la del previsto, arrivando fino a Scintille. Si prospettavano nuovi quartieri e nuove costruzioni, anche se si sospettava il cattivo andamento delle fabbriche, che di li a poco avrebbero iniziato a chiudere. La città si iniziava a popolare dei nuovi giovani, figli di tutti gli operai che arrivarono, che vedevano la città cambiare da baraccopoli a piccolo grande centro. Erano gli anni del boom. Ma questa è un’altra storia.

[198X] Lungomare Cristoforo Colombo
Il vecchio-vecchio lungomare (senza spartitraffico)

Se chiedete ai vostri nonni, ma anche ai vostri genitori, sicuramente avranno un ricordo abbastanza chiaro di quella che fù Shanghai. Voi stessi potrete ricordare che, andando dopo il Cimitero, vi erano diverse piccole abitazioni nelle fagete lungo la spiaggia. Erano le ultime baracche, demolite anche quelle sul finire degli anni ’90 e nei primi anni del 2000. Per diversi anni, rimasero solo i pavimenti sotto agli alberi, spesso piastrellati in bei colori accesi. E si, anche perché si creò anche un precedente particolare: le baracche venivano lasciate in eredità, da padre in figlio. Succedeva così che, con il passare degli anni, molte si trasformarono da case di legno a vere e proprie abitazioni, spesso vista mare (anzi, proprio sulla spiaggia), dotate di tutti i confort dell’epoca. Alcune, addirittura, vennero vendute a dottori e politici, che si assicuravano così la casa al mare. Ovviamente, erano tutte costruzioni abusive, e vennero demolite.

Anche quando si parla di storia recente, abbiamo molto da raccontare. Se per anni Shanghai è stato un brutto ricordo, adesso è il momento di rivalutarlo. Si, è stata una situazione di disagio terribile, ma è anche un’indicatore di come sia migliorata la condizione di vita negli anni. E’ una dimostrazione di cosa voglia dire il progresso economico, e di quanto sia importante, allora come oggi.

Piazzale Ultras dunque è passato dall’esere una semplice scesa verso il mare ad una baraccopoli, poi uno sterro e infine un parcheggio (e si discute da anni di un parcheggio multipiano, ma speriamo di no). Ed è simbolico che si sia festeggiata proprio li la promozione del Crotone in Serie A, dato che potremmo prenderlo ad esempio per ricordare la “promozione” che ebbe la città nel suo miglior periodo economico. Da baraccopoli a città, appunto. Una rivalsa non da poco.

Ora che la squadra di calcio ha raggiunto la massima promozione, c’è da chiedersi: riuscirà la città ad ottenere una nuova promozione, per portarsi di nuovo al passo con i tempi? Perché sarà questo il vero e più grande obiettivo, da adesso in poi.

Ma… anche questa è un’altra storia.